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domenica, 29 ottobre 2006
World Trade Center

Una storia minima nella grande cornice dell'11 settembre. Minima, ma vera, dall'inizio alla fine. Non romanzata né drammatizzata. Anzi è lecito supporre che alla ricostruzione del calvario dei due poliziotti, rimasti intrappolati dal crollo della Torre 1 mentre si organizzavano per soccorrere i feriti, manchi ancora molto del dramma reale.
L'Oliver Stone che non ti aspetti: che evita per una volta i grandi affreschi e va al cuore di poche storie singole. C'è da immaginare che l'autore di JFK sia rimasto interdetto di fronte all'eventualità di un affresco dell'attacco alle Twin Towers, e si sia messo subito a cercare qualche punto fermo. Pur da questa scelta di fondo trova il modo di far vedere qualcosa, più che di dire. La disorganizzazione e la tragica inadeguatezza dei primi soccorsi, ad esempio. O il fumo e le polveri che saranno poi oggetto di tante polemiche perché molti non capirono, e qualcuno forse non volle dire, che potevano essere letali quanto i crolli. 
Ma soprattutto la storia minima dei due soccorritori, salvati quando stavano per perdere le forze e la speranza,  giunge a una via d'uscita, in molti sensi. Anche qui parlano i fatti, i numeri snocciolati alla fine del film e la sequenza degli eventi. L'11 settembre del 2001 sono morte nell'attacco alle twin towers 2749 persone. Soltanto 20 sono state estratte vive dalle macerie, a prezzo di fatiche inenarrabili e di altri morti. Il film mostra la determinazione dei soccorritori nel voler salvare, insieme alle vite umane in gioco, un valore che era direttamente oggetto dell'attacco terroristico. Ammazzarsi di fatica, mettere a repentaglio la vita stessa, ma se non fosse stato fatto avrebbero avuto ragione i kamikaze, quelli che negano la loro stessa vita pur di affermare che le vite di migliaia di persone non valgono nulla. Peccato che a questa grande pagina di civiltà abbiano fatto seguito le guerre in Afghanistan e in Iraq, che quel principio hanno di nuovo messo in discussione. Ma questo non si potrà imputare alla squadra della polizia portuale di New York.

Postato da: cronachesorprese a 29/10/2006 23:57 | link | commenti |
lo spettatore indigente

giovedì, 26 ottobre 2006
La sconosciuta

Gli ingredienti per un film di Tornatore

- gli occhi di un bambino
- il sesso come iniziazione alla vita, in positivo o in negativo non importa
- un cattivo vero, senza nessuna sfumatura di umana pietà o debolezza
- il tema dell'esilio e del "nostos", l'ulissesco ritorno a un dove, o a un chi, o a un quando (tornatore, nomen omen)
- il drammone a un certo punto, all'inizio, o alla fine, o in mezzo, o un po' ovunque
- la memoria e il ricordo, i beni più preziosi da conquistare soffrendo, crescendo, imparando, viaggiando... e anche di più (vedi Una pura formalità)

Non è una stroncatura, tutt'altro. Quando torno a Tornatore mi rendo conto di vedere sempre lo stesso tema calato in storie diverse. Ma sono storie interessanti. Tornatore sa raccontare, sa emozionare. E questa volta racconta una realtà difficile, scomoda. Attraverso una storia improbabile, come sempre sono le sue storie, ma esemplare.
Andate a vederlo. Non portate bambini, c'è troppa violenza. E non portate neanche mogli o amiche in gravidanza: non è un film per loro, e non vi dico perché.

Postato da: cronachesorprese a 26/10/2006 18:10 | link | commenti (2) |
lo spettatore indigente

venerdì, 06 ottobre 2006
Thank you for smoking

Se fossi un dietrologo stressato permanente, seguirei con voluttà il cattivo pensiero che mi è venuto guardando Thank you for smoking: è un film finanziato dalla Big Tobacco. Il Nick Nailor ben interpretato da Aaron Eckhart, il lobbista che dice al figlio "io di mestiere faccio il lobbista", che vola a Hollywood per convincere i produttori a riprendere nei cinema lo stereotipo del fumatore vincente dei bei tempi, potrebbe in realtà rivelare in filigrana la storia della nascita di se stesso, del personaggio Nick Nailor.
Un cattivo e divertente pensiero. Potrebbe essere divertente e potrebbe essere ben costruito, sul filo dell'ironia e con gli strumenti dello spirito critico, proprio come il film. A chi non riesce simpatico quel bastardo di Nick Nailor? Chi non ride del suo cinismo, della sua abilità a mettere nel sacco i suoi avversari nei talk show? Chi non parteggia per lui quando suo figlio, guardandolo adorante ma consapevole, lo difende contro tutti nel momento della disgrazia e lo sprona a tornare a dare battaglia? O quando la giornalista carina e rampante lo "fotte", in tutti i sensi, sputtanandolo in prima pagina?
C'è un momento in cui non si può non stare dalla sua parte, almeno io non posso evitarlo: quando dice davanti alla commissione d'inchiesta del Senato, che deve decidere se mettere un'orrida immagine con teschio e tibie sui pacchetti di sigarette, una sacrosanta verità. Perché le famiglie vogliono delegare agli altri il compito di educazione allo spirito critico, alla scelta consapevole, che solo loro possono svolgere? Che nel film sia detto con ironia o meno, è sacrosanto.
Insomma, Thank you for smoking potrebbe essere finanziato dal budget che, sempre secondo Nick Nailor, la Big Tobacco avrebbe stanziato "per convincere gli adolescenti americani a non fumare". Ehehe. Il film convince che la Big Tobacco è in mano a criminali bastardi. "Ce lo diciamo noi, con l'ironia e lo charme di un film in punta di fioretto, prima che arrivi quel grassone di Michael Moore a dipingerci in
tinte di fosco verismo, spacciando per realtà nuda e cruda un suo personalissimo punto di vista. No, noi siamo la Big Tobacco, siamo ricchi e belli ma siamo uomini come gli altri, divorziati con figli, adoriamo il nostro lavoro e ci sbattiamo da mane a sera per pagare il mutuo": che è una battuta ricorrente del film. Troppo ricorrente per non essere sospetta, agli occhi di uno stressato dietrologo. 
Che drizza le orecchie fin dalla sigla: bellissima, costruita graficamente sulle linee decise ed eleganti dei pacchetti di sigarette. Senza i teschi e le tibie, ma anche senza le scritte nere e minacciose che sui pacchetti ci sono davvero. Uhm...

Ma, dato che il film è bello, divertente, intelligente e ben interpretato, questo post non sarà scritto per convincervi che i dietrologi stressati permanenti sono un po' paranoici?

Postato da: cronachesorprese a 06/10/2006 09:31 | link | commenti (1) |
lo spettatore indigente

domenica, 01 ottobre 2006
Black Dahlia

Fare un film su un libro di Ellroy credo che sia molto facile e molto difficile. Molto facile perché Ellroy è un costruttore di dialoghi di grande abilità: dialoghi fatti di battute brevi e fulminanti che incollano il lettore alla pagina, con dentro azione, psicologia, invenzioni verbali, insomma tutto quello che serve a una buona sceneggiatura. Molto difficile perché le trame sono intricate e aspirano a seguire  la stessa vicenda da decine di punti di vista diversi, a rendere conto di quella complessità in cui si imbatte un investigatore che tenta di dipanare una matassa. Ellroy ama scrivere da investigatore storie di investigatori per elaborare il suo trauma personale (sua madre è stata uccisa quando lui era bambino).
Non è facile scegliere il punto di vista giusto per raccontare la storia. Nel film non è resa benissimo, a mio parere, l'ossessione per la Dalia dell'agente Lee Blanchard. C'è solo come ingrediente tra i tanti, non ha la centralità che ha nel libro. Ed è un'occasione persa perché, a giudicare da tutto quello che si trova in rete, questa donna realmente vissuta e realmente uccisa nel modo descritto da Ellroy ha continuato a ossessionare molti, per sessant'anni: raccontare bene l'ossessione di Blanchard poteva valere come paradigma.
Brava la Johansson; bravissima, nel poco spazio che le viene concesso, Mia Kirschner. Gli interpreti maschili fanno il loro, ma questa è una storia su una donna e su altre donne che le girano intorno: gli uomini si muovono di conseguenza. Una donna che nella sua debolezza e fragilità fa succedere tante cose. Lei è una nullità, è una comparsa che spera di sfondare a Hollywood e si muove in un sottobosco di personaggi mediocri, ma viene desiderata e odiata con impeto e rabbia titanici; invidiata al punto da evocare abissi di abiezione e malvagità. Non lascia indifferenti, e non lascera mai più indifferente nessuno: la Dalia muove qualcosa di profondo. Forse è una tragedia alla Marylin ante litteram, forse Elizabeth Short è morta dello stesso male oscuro di cui è morta la Monroe, il suo opposto solo per il successo e per il colore dei capelli: ma, ai tempi in cui Elizabeth Short moriva, Norma Jean forse non gravitava tanto lontano da lei. Il lato oscuro di Hollywoodland ha inghiottito entrambe, secondo tempi e modi diversi.  

Postato da: cronachesorprese a 01/10/2006 23:57 | link | commenti (3) |
lo spettatore indigente

martedì, 01 novembre 2005
La tigre e la neve

La tigre e la neveNon pensavo di dover scrivere una cronaca così sorpresa su questo film.
La precomprensione che ne avevo da recensioni e giudizi era: il solito Benigni, un film godibile e di ottima qualità, confezionato con il solito canovaccio del Piccolo diavolo, di Johnny Stecchino, del Mostro, di La vita è bella. Il solito rimpiattino tra il monello e la sua musa, tra Pinocchio e la Fatina. Niente di male, ma il solito.

Ed è così. Il canovaccio non cambia, e nessuno vuole e si aspetta che cambi. Ormai ciò che accade al cinema tra Roberto Benigni e Nicoletta Braschi è una storia ben nota che ogni tanto fa piacere rispolverare, rivedere in azione in nuove situazioni e travestimenti. È un meccanismo teatrale, uno spiel tra caratteri che funziona e, dunque, si replica declinandolo finché la cronaca, la storia e la favola lo consentiranno.

Cosa c'è di più, questa volta? Quali sono le sorprese? Almeno tre, a mio parere.

La prima è che rimettere in pista l'identico macchinario di La vita è bella trasposto a Baghdad è un colpo basso, o da maestro, o tutti e due. Non so bene come siano andate le cose, non ho letto nulla in proposito ma credo che la fantastica scena al posto di blocco sia stata profetica. Almeno, non credo che avrebbe avuto l'animo non tanto di girarla quanto di idearla, dopo il fattaccio Sgrena Calipari.

La seconda è che la poesia non è soltanto un modo di trattare la vicenda ma diventa materia stessa del film, invade in ogni spazio e in ogni modo (personaggi e azione, dramma e ironia, paradosso e quotidiano) l'intera trama.

La terza la dico a rischio di sembrare monotono: credo che Benigni conosca molto bene Chesterton, e in particolare Manalive. Se non lo conosce, merita la massima attenzione, perché se il suo istinto poetico è arrivato autonomamente a conclusioni simili sarò costretto a riconsiderare tutto ciò che ha fatto in questi anni con un occhio diverso. La novità sostanziale del gioco Benigni - Braschi in La tigre e la neve è questa. Non sono solo la guerra e la malattia le difficoltà che devono essere superate. C'è qualcosa che viene prima a dividere i due, e che è ben più profondo dell'essere "coppia in crisi". Senza volerlo Benigni strapazza e incenerisce tutta la produzione muccinesca e muccinoide degli ultimi cinque anni di cinema italiano. Il bisogno dei due di ritrovarsi nel quotidiano non è un gioco per esorcizzare la noia e l'abitudine, per cercare e concedere il perdono per torti fatti o subiti, per dare sale e pepe all'esistenza, come se il problema della vita fosse trovare il giusto condimento a qualcosa che si dà già per scontato debba essere sciapo e deludente. Lo stesso simbolo che è nel titolo è evidentemente troppo oltre, indica senza esitazioni un orizzonte metafisico, non se ne vergogna. Il corpo della tigre, il suo sguardo fiero e spaventato, è l'Iraq, è la domanda disperata del poeta e amico Fuad che sembra l'unico a non chiedere nulla per sé e invece è quello che si trova veramente in pericolo. Ma l'anima della tigre è oltre. Dove va, nel cuore di Roma, in mezzo a una neve che non è neve, fuori dal circo che l'ha tenuta prigioniera? Cosa cerca? La stessa cosa che cerca Benigni a Baghdad, sperando contro ogni speranza. E che non è (soltanto) la salvezza dalla morte. L'azione del film, e dei due protagonisti, è un movimento verso il senso, che coincide con la salvezza di un rapporto. Quel movimento che il buon Fuad non può, o non riesce a fare.

Postato da: cronachesorprese a 01/11/2005 20:18 | link | commenti (7) |
lo spettatore indigente

martedì, 12 aprile 2005
Photo Canal

Davanti a una veduta veneziana del canaletto puoi stare dieci, venti minuti senza stancarti. Ogni cosa era semplicemente se stessa, nel momento in cui quelle immagini si proiettavano dalla camera ottica al foglio del pittore; oggi, davanti ai miei occhi, c'è molto di più. Si possono applicare a queste vedute gli stessi criteri che Roland Barthes suggerisce nel suo libro sulla fotografia, La camera chiara. Barthes spiega come solo lui sa fare che, anche se tendiamo a dimenticarlo, la tecnica fotografica sceglie un modo di rappresentare la realtà, è interpretazione e non registrazione; e poi da semiologo gioca, riflette, allegorizza con il tempo che si è stratificato su quell'immagine. Fa riconoscere che l'immagine è viva non perché pretende di essere oggettiva, ma perché è costruita in modo tale da offrirsi sempre in maniera condiscendente alla percezione dell'osservatore, che è sempre diversa perché si allontana nel tempo il punto di osservazione.

Canaletto si rivolgeva a chi era distante nello spazio, magari immerso nelle nebbie londinesi e voleva sempre avere le immagini della laguna davanti agli occhi; anch'io sono lontano ma non più nello spazio, solo nel tempo, e senza volerlo Canaletto chiede a me lo stesso tipo di astrazione, o di distrazione. Quello che lui voleva funzionasse con i ricchi inglesi dell'epoca funziona anche con me: è come se non sapessi o non volessi sapere che quella non è una ripresa oggettiva ma una sapiente scelta di luce e di particolari, che fanno sempre diversi i pochi soggetti che il venesiàn ritrae con apparente serialità commerciale. Quel cane che gioca, quei due nobili vestiti eleganti che stanno attraccando con la gondola, quel pescivendolo con la sua mercanzia... posso perdermi a esaminare e confrontare i particolari, le figure umane, la vita che è rimasta imbrigliata per sempre in quegli eidola, testimoni inconsapevoli di una quotidianità perduta, commovente quanto e più della vita ripresa nei dagherrotipi di metà ottocento.

E' quasi una meditazione: a poco a poco il mio occhio diventa quello del Canaletto. Che ha fatto una vita un po' grama, soprattutto verso la fine. E pensando a tutte le difficoltà che ha avuto, mentre passavo in rassegna le opere raccolte nella bella mostra romana a palazzo Giustiniani, trovavo comunque singolare che la sua matita e il suo pennello siano rimasti sempre così, se non proprio fedeli, almeno innamorati della realtà, senza mai un'ombra di malinconia non dico nel colore e nella luce, ma neanche nella scelta dei particolari. Tutto questo studio paziente e amorevole su centinaia di punti di vista dello stesso soggetto, mentre quel dritto di John Smith lo sfruttava facendo creste invereconde sui dipinti che vendeva per suo conto a Londra, è notevole. Che poi, quando lui stesso andò a Londra per cercare di vendere di persona, gli inglesi, che quando vogliono sanno essere parecchio fetenti, arrivarono addirittura a mettere in dubbio la sua identità. Soltanto un inglese riesce a convincere un altro inglese che qualcosa di buono venga fuori da qualcuno che non è inglese... Magari il venesiàn in trasferta non pronunciava correttamente il th, sarà stato bene per cose del genere che non lo consideravano, ai nou mai cichens. - Chi è esso, Edward? - Canaletto, James, il solito italiano di talento ma un po' pirla.

Roma, palazzo Giustiniani, 27 marzo 2005

Postato da: cronachesorprese a 12/04/2005 00:42 | link | commenti |
lo spettatore indigente

venerdì, 04 marzo 2005
Neverland

Mi capita spesso di andare al cinema a vedere un film che mi piace (da spettatore indigente non è poi così difficile accontentarmi) e cogliere una dissonanza tra il mio piacere e gli elementi che del film vengono enfatizzati per raccogliere consensi, nei trailer ma anche nella stessa sceneggiatura. Se devo dire, negli ultimi quindici anni questa sensazione è diventata quasi una costante. Credo anzi che a partire dalla fine degli anni ottanta il cinema, in generale, sia migliorato molto: c'è più scelta, ci sono idee, novità tecnologiche e professionisti più interessanti che nei quindici anni precedenti. Ho visto film bellissimi, che mi hanno colpito profondamente; ma ho fatto molta fatica il più delle volte a ritrovare nelle recensioni e nei commenti degli altri le cose che più mi sono piaciute e mi hanno convinto.

Così è anche per Neverland, coinvolgente e mai scontato a patto di andare oltre i martellanti e retorici richiami alla "potenza della fantasia", alla virtù taumaturgica di un "credere" declassato al "turn the reason off". Nel film questa invadenza, fortunatamente, è limitata ad alcuni momenti, e la storia s'impone facile facile per le sue intrinseche qualità, oltre che per la bravura degli attori (ottimo Johnny Depp, che sceglie una recitazione fine e minimale, e viene da pensare: a quali sbracamenti si sarebbe abbandonato l'attuale Robin Williams nella stessa parte?) e alcune trovate registiche di grande impatto. La genericità dei trailer, o delle interviste a regista e attori, invece, non aiutano a scegliere Neverland per una serata davanti al grande schermo: non aiutano me, almeno. Esempi tratti da filmup.com: "io credo che viviamo in un periodo in cui la fantasia e l'immaginazione siano essenziali"(Marc Forster)...; "dopo aver visto le scene di orrore che stanno succedendo oggi nel mondo... questo credo sia il momento giusto per chiudere gli occhi e sperare di effettuare qualche cambiamento" (Johnny Depp)... :-((

Poi vai al cinema e vedi la storia di un uomo che usa la sua arte per aprire gli occhi davvero alla gente, e ripete più volte a quattro bambini travolti da una tragedia familiare, che guardano a lui ragionevolmente come a una speranza concreta: io non vi ingannerò mai. Ed è vero, e mantiene la promessa. Ma mica con chissà quali fantasticherie: con la sua arte non venduta e la sua umanità non castrata. Mi assilla il sospetto che una certa mentalità, che non voglio qualificare ideologicamente, chiami "avere fantasia" il semplice essere uomini. Avviene però che, come nelle prime rappresentazioni delle commedie di James M.Barrie, le buone idee volino oltre e arrivino dritte a quello strano, fantastico complesso di sangue carne cervello e cuore che chiamiamo uomo.


l'immagine è tratta da filmup.com

 

Postato da: cronachesorprese a 04/03/2005 20:24 | link | commenti (1) |
lo spettatore indigente

mercoledì, 09 febbraio 2005
Aviator

Prima di vedere questo bel film di Scorsese associavo il nome di Howard Hughes sostanzialmente a due frammenti. Il primo è il formidabile incipit di American Tabloid di Ellroy, il secondo è la citazione dei Genesis in Broadway melodies of 1974, quella stupenda carrellata dei "fantasmi" dello spettacolo americano evocata nel terzo brano di The lamb lies down on Broadway:

..there's Howard Hughes in blue suede shoes
smiling at the majorettes smoking Winston cigarettes...


C'è un fremito nella musica in corrispondenza di quel passaggio, un impennarsi emotivo nel canto di Peter Gabriel che mi ha sempre colpito, fin da quando ho ascoltato per la prima volta l'album, qualcosa come 23 anni fa. Ieri, dopo aver visto il film di Scorsese, credo di averlo capito un po' di più. Hughes non è un paperone americano qualsiasi, è uno che rischia di persona, certo mitomane ed egocentrico (per occultare a se stesso un abisso di fobie davvero spaventoso, fa capire Scorsese) però motivato ultimamente dall'intuito e da un impulso a costruire qualcosa di più grande di lui, non dall'interesse fine a se stesso.

Aprire strade nuove, nell'onda di quella pura ebbrezza che solo i pionieri dell'aviazione hanno provato e che Hughes dimostra di avere intuito con la precisione di cui è capace soltanto un innamorato. Una passione vera, quindi non assimilabile alla retorica superomistica, nazionalistica e guerresca che negli stessi anni imponeva nella politica e nella cultura la sua tragica escalation.
Molto, ma molto di più. Siamo oltre la politica, prima della cultura. Costruire strumenti perfetti e stupendi per trasumanare, non per opprimere. Una generosità incommensurabile perché rifiuta la misura umana, condannata a rimanere intransitiva: destino triste ma comune a tanti grandi della prima metà del novecento. Hughes era un Saint-Exupery più ricco ma meno aristocratico, più fragile umanamente ma meno pensoso.

L'interpretazione di Di Caprio dello Hughes del dopo-incidente è davvero notevole. Dalle foto d'epoca che si possono trovare su internet si capisce che lo studio del personaggio è stato molto accurato, e la somiglianza risulta impressionante.

Postato da: cronachesorprese a 09/02/2005 18:33 | link | commenti (2) |
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martedì, 25 gennaio 2005
Sotto i colori, qualcosa?

Dicono che La foresta dei pugnali volanti sia il corrispettivo dei nostri film di cappa e spada, quindi non c'è da stupirsi per la poca plausibilità dei virtuosismi nei combattimenti. D'accordo, ma io Zorro o D'Artagnan li ho sempre visti debellare sergenti garcia e guardie del re a frotte, non li ho mai visti levarsi da terra, o scagliare frecce e pugnali che fluttuano in aria, vanno avanti e indietro o a zigzag prima di arrivare infallibilmente a destinazione.
Dicono poi che sia come una favola su sfondo più o meno storico. Che so, come La Chanson de Roland, Robin Hood o I cavalieri della tavola rotonda. Ma neanche il mago Merlino ha mai costretto Lancillotto ad andare in giro per Camelot con un pugnale nella schiena dicendogli "così sei più credibile".
E poi neanche la più truce e gotica delle storie d'amore di inizio ottocento prevede un finale così distruttivo, annichilente, di reiterata crudeltà per lui, lei e l'altro. Ma tanto crudele che alla fine ogni compassione va a pallino. E ridi, ridi che non riesci a trattenerti.
E magari ti dispiace, perché negli occhi comunque ti rimane una fotografia e delle riprese spettacolari, panorami e interni con colori da mozzare il fiato. Ma sei tentato di fermarti lì, di non chiedere oltre, che tanto non ci arrivi... e in fondo, ma con questi cinesi, quando mai avrai a che fare?
Ah, mannaggia, presto, prestissimo, lo dicono tutti: stanno arrivando.
E allora qualcuno mi spieghi i cinesi. Non ho nessuna propensione alla xenofobia e quindi se un po' ci invadono neanche mi dispiace, soprattutto se i musi gialli che arriveranno saranno così. Ma se un domani vado a vedere il prossimo film di Zang Yimou con il mio nuovo amico cinese e alla fine della proiezione sghignazzo con le lacrime agli occhi insieme ad altre mille persone, come è successo sabato, mi rivolgerà ancora la parola o mi tirerà un pugnale volante dove non batte il sole?
Qualcuno, ripeto, mi spieghi. Che so, magari sono io che non ho ancora capito che gli involtini primavera non si mangiano, si fumano. E tutto il resto viene da sé.

Postato da: cronachesorprese a 25/01/2005 20:36 | link | commenti (4) |
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giovedì, 23 dicembre 2004
Una pura formalità

Ho saldato un debito, non vecchio ma che andava ormai saldato, regalando oggi il DVD del film in oggetto a una certa persona. Che guardandolo, finalmente, potrà capire, misurare la strada percorsa. O meglio. Non potrà farlo finché non leggerà il primo libro che le ho regalato, ormai quasi sei anni fa. Quello è un suo debito, che vorrei che saldasse. Niente di spiacevole o gravoso: una pura formalità :-)
Andando oltre i messaggi trasversali che non potevo evitare, questo è un film eccezionale e sottovalutato, direi. Dice una cosa semplice, come può essere semplice dire che per scalare l'Everest bisogna salire e salire: la capacità di memoria è proporzionale alla capacità di affetto.

Postato da: cronachesorprese a 23/12/2004 21:55 | link | commenti (1) |
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giovedì, 09 dicembre 2004
Il grande Houdini, o dell'antinomia dello spettacolo


 

 

sarà questo il modo?

Ci deve essere un modo, dice Curtis - Houdini nella scena finale del film del 1953 uscendo semisoffocato dalla Chinese Water Torture Cell che aveva costruito per stupire, per trascinare ancora una volta il pubblico in una nuova avvincente illusione.

Houdini sfida la morte pur di stupire. E' un impulso irresistibile. Il pubblico che invoca il nuovo incanto è per lui una condanna. Se non risponde, sente quasi di non esistere. E' più forte dell'amore per la moglie e per la vita. Sublime e tremendo: l'applauso del pubblico, che lo chiama a una nuova sfida, è al di là del bene e del male. Non è amore, il pubblico come entità collettiva è incapace di amore, né il mago lo percepisce come tale. Per il pubblico è naturale che lui sfidi la morte, perché Houdini esiste per il pubblico solo in quanto icona che sfida le leggi naturali e le vince con grazia e stile, con il sorriso e l'inchino finali.

Ci deve essere un modo. Houdini è un illusionista ma è quasi indispettito dall'illusione troppo scoperta. Lui cerca il modo: ci sono degli inganni che sono, dice lui, come conigli dal cilindro, trucchi ovvi e stupidi. Artifizi. Lui cerca il modo, ovvero un trucco che sia invenzione senza artifizio, complessità senza macchinazione.

Innanzitutto ci deve essere il brivido. Il brivido è l'idea, è la forza di gravità dei suggerimenti dell'esperienza dalla quale ci libererà la navicella leggera del mago. L'idea di una donna giovane e bella segata in due, l'idea di un uomo imprigionato in una cassaforte a cui l'ossigeno viene a mancare a poco a poco, l'idea di avere addosso una camicia di forza che ad ogni minimo movimento si stringe sempre di più.

Il mago sa che l'esperienza quotidiana è mediamente claustrofobica, e si offre al suo pubblico come il pifferaio magico che stana questa sensazione per debellarla.
Il brivido che prova il pubblico durante le esibizioni non è il timore per la vita di Houdini, è il ripresentarsi, l'oggettivarsi delle personali paure di ognuno sull'icona Houdini. Lo dice lui stesso: "io sono come il torero nell'arena". Lo spettacolo di Houdini è un rito apotropaico moderno.

Poi, dopo il brivido, deve esserci la soluzione attraverso il trucco. Il pubblico deve sapere che il trucco c'è, ma deve essere ammirato non dal trucco in sé, ma dalla capacità del mago di tenerlo nascosto. Il trucco desta stupore perché diventa cosa tra le cose, come un fiore che sboccia: piace e desta meraviglia e nessuno vede o vuole considerare che nel codice genetico della pianta c'è scritto di arrivare a una stupenda fioritura. E' questo il "modo" che cerca il mago, e che lo spinge ogni volta a superarsi.

Postato da: cronachesorprese a 09/12/2004 17:18 | link | commenti (2) |
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