A wind sprang high in the west
like a wave of unreasonable happiness
Un angolo di Genova
Un gatto di legno lituano
Un impiegato
Un solido squilibrio a tre
Un tamburino ligure
Un teleindipendente
Un'alga cinefila
Una cuoca dadaista
Una ribelle senza pellicce
Una stellina
Uno che sa intervistare
chiedici le parole
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forse cercavi
il viandante digitale
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market mysteria
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Sono un non votante adulto e consapevole, tutt'altro mondo rispetto allo scrutatore non votante messo garbatamente alla berlina dal buon Samuele Bersani. Ci tenevo a esprimere il mio dissenso alla maggioranza uscente senza dare il consenso a una maggioranza entrante che non mi rappresenta e non mi rappresenterà mai. L'unico modo era l'astensione. Non è la prima volta, per me. Non ho votato neanche nel 1996, per la stessa identica ragione. Ho votato nel 2001, perché esisteva allora la possibilità di votare senza identificarsi in uno dei due schieramenti. Analoga scelta ho potuto fare nel 1994. Quindi: dal 1994 non ho mai votato alle elezioni politiche per nessuno dei due schieramenti principali. Penso di essere una mosca bianca, ormai, se si escludono quelli che non votano per puro disinteresse o per fede anarchica dura e pura.
Sono un potenziale elettore di centrodestra, irriducibilmente alternativo alla sinistra. Oggi lo schieramento non è all'altezza dei suoi elettori potenziali e reali. Non penso che la sinistra sia il male, ma ritengo che la questione più urgente per tutti sia che il popolo che non sta a sinistra prenda coscienza di essere popolo, di meritare rappresentanti migliori e di non essere definito in niente da tutto quello che a sinistra si dice di lui. Da questo punto di vista sono molto contento che la vittoria del centrosinistra sia così risicata. Perché è la sconfitta definitiva dei moralisti che per cinque anni hanno ripetuto ma come ha fatto a vincere, ma chi l'avrà mai votato, ma come si fa a dare fiducia a questa gente, eccetera. Senza rendersi conto che è proprio questo moralismo a rendere ancora impraticabile, oggi, una vera alternanza. Non si possono confrontare i programmi razionalmente, finché non si mettono a posto le questioni antropologiche che impediscono a una parte di guardare in faccia l'altra e riconoscerla come avversario normale e legittimo.
Ho parlato con diversi conoscenti di sinistra che a una settimana dal voto erano ancora indecisi se andare a votare o no, perché ritenevano che il programma e il leader del centrosinistra non rispecchiassero sufficientemente una certa pulsione massimalista, direi robespierriana a una "pulizia" che ha tutta l'aria di essere una nevrosi. C'è gente davvero convinta, per dire, di aver rischiato in questi anni una svolta autoritaria. C'è gente che teme davvero il regime. C'è gente che crede davvero che Sabina Guzzanti e Michele Santoro siano dei perseguitati. La cosa un po' comica è che questa gente ha mostrato nell'ultima fase della campagna elettorale dilemmi sconcertanti: da una parte mostrava indecisione a votare, perché quel leader, insomma, è troppo democristiano, come se fosse una malattia e non la meno scassa cultura di governo espressa dal paese nel dopoguerra, fino a prova contraria; da un'altra parte gridava "al lupo al lupo, non possiamo permetterci altri cinque anni così" per convincere gli altri indecisi a votare. Tutta questa schizofrenia, ovviamente, alla luce del sole, nella migliore tradizione delle terapie di gruppo inconcludenti e autolesioniste di cui solo la sinistra old style è capace. Che poi si stupisce se una buona metà degli italiani preferisce dare altre chance a un governo che non ha governato come aveva promesso, piuttosto che dare via libera a una parte che mostra di essere ancora ingabbiata in queste pulsioni. Il segreto dell'urna rimane per molti una gran bella opportunità per mandarla dove merita: e la vigliaccheria, come vorrebbe un luogo comune montante, non c'entra, il punto è che nessuno ha voglia di sentirsi rompere le palle dai moralisti.
Dunque l'Unione ha vinto, ma questa pretesa ideologica, per fortuna, ha perso, ed è la cosa migliore che sia successa ieri a sinistra. A destra, il popolo si libera di un fardello. E cresce.
Eccoli qui, belli come il sole. Lo sapevo che prima o poi sarebbe venuta fuori la polemichetta sulla 194. Meglio poi che prima, ça va sans dire, poiché gli argomenti, quando sono pochi e incerti, possono anche essere un intralcio se c'è da portare a casa il risultato.
Oggi per le vie di Roma, e non so se in altre città, i promotori dei referendum hanno manifestato vestiti da fantasmi. L'intento credo che fosse rimproverare a molti politici un silenzio a loro modo di vedere colpevole sulle questioni in gioco. Credo. Non ne sono sicuro, perché veramente più ascolto questi personaggi e più i loro argomenti mi sembrano sfuggenti, ectoplasmatici. Quando sento un abortista come Capezzone dire: "Vogliono ridurre a fantasmi i bambini che non nasceranno" penso che deve avere dentro di sé un coraggio non comune o, più probabilmente, non rendersi conto di quello che dice. Ora salta fuori che i difensori della vita sono loro. Incredibile. Giggia che fassa, diceva Govi.
Ma la vera novità di oggi è appunto lo smascheramento del "subdolo attacco" alla 194. A nulla valgono le smentite. No no, questi qui non convincono, sentenzia la Bonino. La Melandri fa notare che ora come ora, combinando la legge 40 con la legge 194, salta fuori che un embrione avrebbe più diritti di un feto entro i cinque mesi, e pare una contraddizione.
Obiezione, a ben vedere, sintomatica di quanto la 194 sia poco applicata. Forse è il caso di rileggerla, perché pur documentando la drammaticità di un momento storico in cui una civiltà dichiara attraverso le sue leggi la propria impotenza a difendere completamente la vita umana, non parla mai del concepito come di qualcosa di diverso da una persona. Si limita a non parlarne, a parlarne il meno possibile. E non sancisce neanche un (questo sì) fantomatico diritto all'aborto, che esiste soltanto nella propaganda. La 194 "riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio". Esamina le situazioni in cui la maternità è vissuta dalla donna come un impedimento violento alla dignità della propria vita: prende atto insomma della possibilità di un conflitto tra la dignità personale della madre e... qualcosa, che per chi non ha gli occhi foderati di prosciutto non può essere altro che la dignità personale del nascituro, e regolamenta con prudenza almeno nominale i casi in cui i diritti dell'una sono più rilevanti di... qualcosa, che guarda guarda saranno forse i diritti dell'altro, e viceversa. Prudenza che non sarebbe motivata dalla sola attenzione alla salute della donna. Drammatico, dicevo, ma è così: l'interruzione di gravidanza è configurata come una sorta di legittima difesa. Parlo non a caso e con un certo intento polemico di diritti del concepito perché, pur non usando mai queste parole, la 194 nel regolamentare i casi in cui si può interrompere la gravidanza prevede ipso facto forme di tutela per l'esistenza del potenziale nascituro: implicitamente e mai sullo stesso piano (ovviamente, visto che ne ammette la soppressione) delle garanzie per i diritti della madre, ma le sottintende. Per questo mi è sempre parso curioso distinguere un concepito oggetto di tutela e un concepito soggetto di diritti, trattandosi indubitabilmente della stessa persona che poi dal momento della nascita gode di piena capacità giuridica: posso anche sforzarmi ma non riesco a vederla altrimenti che come questione di lana caprina. Capisco che gli abortisti tengano alla distinzione, ma è proprio la 194 ad andare oltre la comoda semplificazione del primo articolo del codice civile. Ma la 194 non si tocca... e sono quasi d'accordo, perché tutto sommato, stante la triste necessità di questo momento storico in cui la mentalità comune considera accettabile sopprimere una vita umana prima della nascita, non è una cattiva legge. Se poi venisse applicata integralmente, si creerebbero piano piano le condizioni culturali e civili per il suo superamento.
La legge 40 nei principi generali parla di concepito (come la 194) e non di embrione: "la legge... assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito". Un espediente, una voluta indeterminatezza simile a quell'inizio della 194 che non è né nascita, né concepimento. Il concepito, faccio notare, è la persona. Concepito è l'embrione, che poi è il feto (il mister x della 194), che poi è il neonato, che poi è l'adulto. I referendari vedono in questo passaggio della legge l'eccezione che rimetterebbe in discussione la 194. Ma cosa c'è di realmente diverso dalla 194? Nulla, se non il menzionare esplicitamente i diritti che sono impliciti nella 194 ma che in quel contesto, per la diversità della materia, semplicemente soccombono ai diritti della madre. Se la legge 40 è davvero una "pericolosa eccezione", lo è anche la 194. A questo punto cambiamo il codice civile, facciamo prima.
La differenza reale tra le due leggi non sta dunque nell'attribuire al concepito dei diritti, ma nella materia: mettiamola come vogliamo, ma tra le ragioni valide per l'interruzione della gravidanza contemplate dalla 194 e le ragioni valide per fare ricorso alla procreazione medicalmente assistita contemplate dalla 40 c'è una bella differenza. Il solo desiderio di essere genitori non è tale da rendere irrilevanti i diritti del concepito. Prima di sballottare embrioni da una provetta a un frigo a un utero a qualsiasi condizione bisogna pensarci un attimo, guarda che pericolosa eccezione. Occorre regolamentare, ed è quello che fa la legge 40, sicuramente in maniera non perfetta ed emendabile, ma colmando un vuoto che c'era, e che qualcuno vorrebbe ripristinare senza vere ragioni.
Le affermazioni di Antinori a Porta a Porta di martedì, contro le quali oggi ha giustamente polemizzato l'Unione Nazionale Down, sono quegli infortuni che difficilmente si evitano in una campagna referendaria ideologizzante come questa, quando invece sarebbe buono e giusto non fossero mai neanche abbozzate in un discorso pubblico, dacché è già abbastanza avvilente che qualcuno le formuli come pensieri compiuti.
È talmente sgradevole il contenuto di quelle affermazioni, a maggior ragione se pronunciate da un uomo di scienza (per quanto noto da tempo per posizioni estremistiche e discutibili), che non mi va di riportarle testualmente: a chi interessa consiglio di andarle a cercare nella registrazione della trasmissione disponibile su raiclick (verso la fine, dopo 1h e 15 min).
Come era prevedibile, non c'è più spazio ormai per il confronto sereno, dialettico. Sentiamo in prevalenza, oltre che le aberrazioni in odore di eugenetica espresse esemplarmente da Antinori, affermazioni categoriche basate su dati falsi riguardo all'esito delle ricerche scientifiche sulle staminali embrionali e sull'efficacia delle tecniche di fecondazione dopo l'introduzione della legge 40, e non si riuscirà mai a capire quanto la diffusione di questi dati è causata da superficialità o dolo (e ben pochi si chiedono se ci siano interessi economici dietro la diffusione di questi dati). Quanto ai patetici scivoloni di Veronesi su questioni filosofiche e teologiche di cui evidentemente non sa nulla meglio stendere un altro velo pietoso: ma è patetico e triste, perché uno scienziato esperto e autorevole come lui avrebbe molto di cui parlare e dovrebbe dunque sapere come evitare queste brutte figure. Siamo insomma a un confronto che non è né filosofia, né etica, né scienza, né divulgazione scientifica, né politica, né sensibilizzazione finalizzata alla maggiore consapevolezza e crescita civile. Questo è, finora, l'esito del referendum. Poi posso anche essere d'accordo con i radicali, che criticano Vespa per aver invitato proprio Antinori a sostenere le ragioni del sì. Però come si fa a ignorare che una mannaia referendaria sui principi enunciati dalla legge 40 contiene in potenza il rischio di dare ossigeno alle posizioni alla Antinori? Io sinceramente non vedo perché si debba correre questo rischio. Vorrei tanto che le modifiche alla legge venissero discusse e votate solo in parlamento, perché il referendum, se avrà successo, leverà legittimità e praticabilità a posizioni che sono ragionevoli e legittime. Non mi sembra di chiedere chissà cosa. E non mi sembra neanche tanto improbabile che si possa riprendere la questione anche in questa legislatura, dato che diversi esponenti della maggioranza (non proprio di secondo piano) che hanno votato la legge oggi dichiarano tranquillamente che andranno a votare, e voteranno sì.
La mobilitazione per il presunto diritto a fare di un essere umano una cavia per esperimenti (o il rimedio biotecnologico a un desiderio di paternità o maternità non soddisfatto) ha connotati troppo edipici per essere considerata come segno di maturità democratica: si menano fendenti alla cieca contro una strana pentolaccia, un'autorità che confusamente si presume repressiva o, per dirla come dicono alcuni, "proibizionista". Il dibattito sulla dignità dell'embrione viene tristemente cassato o adulterato, e con l'avvicinarsi della data della consultazione era ampiamente prevedibile. Guadagnano brandelli di audience solo le mazzate ideologiche, oltre al solito, stupido tentativo di ostracismo verso chi, in maniera del tutto legittima nonché pienamente etica e critica, non andrà a votare.
Che vinca il buon senso, e il referendum cada nel vuoto che merita, è sempre più difficile.
Questa è una prima risposta al monologo "I bambini sono di sinistra" di Claudio Bisio (il testo originale è riportato in corsivo in interlinea, viene fuori un botta e risposta), ripetuto ancora ieri senza vergogna alcuna alla festa "unitaria" del primo maggio.
Rispetto al monologo di Bisio, questa risposta ha un difetto macroscopico: non fa ridere. Forse solo un po' in alcuni punti (spero). Le ragioni sono almeno due. La prima è ovvia: io non sono un cabarettista, e Bisio oltretutto è davvero bravo. La seconda è che il mio compito è molto più difficile del suo. Bisio vende lo stereotipo sinistra - rosso - comunista - poveraccio - bravo cristo - idealista contro destra - nero - fascista - riccastro - figlio di puttana - calcolatore. Io devo rompere lo stereotipo e raffigurare la destra vera, che non è niente di ciò che dice il saltimbanco; la destra che c'è ma che non è rappresentata né, per fortuna, dagli stereotipi né, purtroppo, dai suoi rappresentanti in parlamento se non in qualche felice eccezione. Quella destra che è la più parte della destra e che ha tanti difetti, ma non quelli che vorrebbe per comodo suo la sinistra. La destra che crescerà nei prossimi anni quando in parlamento tornerà finalmente all'opposizione, liberandosi di alcuni ingombri inutili e dannosi.
Quindi, si sa: con gli stereotipi si ride facile. Con la realtà è un po' più difficile.
E' uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur incominciare a farlo, perché dei cortigiani alla Bisio mascherati da saltimbanchi impertinenti non se ne può davvero più. Bisio non rischia nulla, se ancora a qualcuno non è chiaro. Bisio individua un target promettente per la sua professione, e vende. Verranno altri giorni.
Sarei molto contento se qualcuno proponesse altre versioni, anche parziali o di singoli "item" del monologo, e magari davvero divertenti. Chi vuole può mandare il suo contributo a cronachesorprese@despammed.com.
I bambini sono di sinistra. Di sinistra, sì, nessun dubbio. Non soltanto per i pugnetti stretti in segno di protesta.
I bambini sono di destra. Di destra, sì, nessun dubbio. Non soltanto per il sorriso disarmante e gli occhi spalancati dalla meraviglia.
I bambini sono di sinistra perché amano senza preconcetti, senza distinzioni.
I bambini sono di destra perché amano ciò che è amabile, e la loro capacità di preferire senza esitazioni spesso apre gli occhi anche ai grandi sulla capacità di desiderare.
I bambini sono di sinistra perché si fanno fregare quasi sempre. Ti guardano, cacci delle balle vergognose e loro le bevono, tutti contenti. Sorridono, si fidano. Bicamerale! Sì, dài!
I bambini sono di destra perché non li puoi fregare su quello che davvero è importante per loro. Se vogliono una pesca, non puoi dar loro una albicocca dicendo che è uguale alla pesca. Lì per lì ti danno l'illusione di dartela vinta, ma poi in qualche modo te la richiedono, la pesca (anche metaforicamente, e i grandi spesso non capiscono). Non per testardaggine, ma perché sanno che le cose hanno più valore delle parole e non possono essere scambiate l'una con l'altra a forza di parole. E se sono contenti quando dai loro l'albicocca al posto della pesca, non è perché si sono dimenticati della pesca, ma perché anche l'albicocca è a suo modo interessante. Da questo si deduce, senza tema di smentita, che la bicamerale non era poi così importante per i bambini che battevano le mani al suo arrivo...
I bambini sono di sinistra perché stanno insieme, fanno insieme, litigano insieme. Insieme, però.
I bambini sono di destra perché non ci pensano proprio a stare sempre insieme agli altri bambini. Sanno che c'è un tempo per stare insieme e un tempo per stare da soli. Anche per stare meglio insieme, poi.
I bambini sono di sinistra perché se gli spieghi cos'è la destra piangono. I bambini sono di sinistra perché se gli spieghi cos'è la sinistra piangono lo stesso, ma un po' meno.
I bambini sono di destra perché se un grande sente il bisogno di spiegare cosa sono la destra e la sinistra lo lasciano fare. Per farlo contento. E se capiscono che per un grande è importante che loro dicano che la destra è cattiva, loro lo dicono. Così poi il grande può andare dagli altri grandi e dire: "Sentito? la voce della verità". Per i bambini è importante che i grandi siano contenti.
I bambini sono di sinistra perché a loro non serve il superfluo.
I bambini sono di destra perché sanno, come la volpe del piccolo principe, che l'essenziale è invisibile agli occhi.
Sono di sinistra perché le scarpe sono scarpe, anche se prima o poi delle belle Nike o Adidas o Puma, o Reebok, o Superga gliele compreremo. Noi siamo No-Logo, ma di marca!
Sono di destra perché non si vergognano di preferire le scarpe belle alle scarpe brutte. E se le scarpe sono belle le chiedono, logo o no-logo.
I bambini sono di sinistra malgrado l'ora di religione obbligatoria. I bambini sono di sinistra grazie all'ora di religione obbligatoria.
(Questa è più facile delle altre)
I bambini sono di destra malgrado l'ora di religione obbligatoria. E basta.
I bambini sono di sinistra perché comunque, qualsiasi cosa tu gli dica che assomigli vagamente a un ordine, fanno resistenza. Ora e sempre.
I bambini sono di destra perché fanno resistenza agli ordini per allenarsi a dire "io" e rafforzare la propria identità, ma intuiscono che sarebbe un casino senza un grande che dà gli ordini. Perché se nessuno dà gli ordini ai bambini, i bambini devono inventarsi gli ordini da seguire. Ed è la cosa più drammatica che possa capitare, perché impedisce loro di essere bambini fino in fondo.
I bambini sono di sinistra perché occupano tutti gli spazi della nostra vita.
I bambini sono di destra perché occupano tutti gli spazi che possono ma hanno il senso della proprietà.
I bambini sono di sinistra perché fanno i girotondi da tempi non sospetti.
I bambini sono di destra perché interrompono ogni girotondo con un salutare e liberatorio contatto con la terra. Da tempi non sospetti.
I bambini sono di sinistra perché vanno all'asilo con bambini africani, cinesi o boliviani, e quando il papà gli dice "vedi, quello lì è africano", loro lo guardano come si guarda una notizia senza significato.
I bambini sono di destra perché se un loro compagno d'asilo, che sia africano, cinese o boliviano fa i dispetti, loro lo menano come farebbero con un italiano, senza discriminazioni. E se la maestra prende le difese dell'altro perché "lo picchi perché è africano, sei un prepotente", loro la guardano come si guarda una cosa senza significato.
I bambini sono di sinistra perché quando si commuovono piangono, mentre noi adulti teniamo duro, non si sa bene perché.
I bambini sono di destra perché si commuovono quando c'è davvero da commuoversi, mentre noi adulti a volte teniamo duro perché non siamo più in grado di distinguere la commozione vera da quella retorica, e abbiamo paura di fare brutta figura.
I bambini sono di sinistra perché se li critichiamo si offendono. Ma se li giudichiamo non invocano il legittimo sospetto, e se li condanniamo aspettano sereni l'indulto che prima o poi arriva: la mamma, Ciampi, il Papa.
I bambini sono di destra perché se li critichiamo si offendono, pur accettando alla fine il giudizio e sperando nell'indulto. Ma occhio a quando e a come li giudichiamo, perché i bambini distinguono benissimo tra la giusta punizione e l'arbitrio, e non se lo dimenticano. Chiamalo, se vuoi, legittimo sospetto: sta di fatto che, se i bambini ti sfiduciano, tu come giudice hai chiuso davvero, che tu sia la mamma, Caselli o la Boccassini poco importa.
I bambini sono di sinistra perché si fanno un'idea del mondo che nulla ha a che fare con le regole del mondo.
I bambini sono di destra perché sanno che il mondo viene prima delle loro idee e delle regole di chiunque.
I bambini sono di sinistra perché se gli metti lì un maglioncino rosso e un maglioncino nero scelgono il rosso, salvo turbe gravi - daltonismo o suggerimento di chi fa il sondaggio.
I bambini sono di destra perché se un grande chiede loro di scegliere tra un maglioncino rosso e uno nero, loro lo guardano un po' delusi; poi guardano oltre, verso gli scaffali del negozio; poi scelgono, facendo finta di essere contenti. Ma in realtà pensano: ma con tutti gli altri colori che ci sono, perché devo scegliere tra questi due? Quindi il grande non ci rimanga troppo male se il bambino sceglie il nero (perché succede, non c'è bisogno di truccare i sondaggi): non è perché ha delle turbe, è perché "sta nu poco incazzato". A causa delle turbe del papà.
I bambini sono di sinistra perché Babbo Natale somiglia a Karl Marx.
I bambini sono di destra perché l'unica possibilità che ha Karl Marx di avere la loro attenzione è che faccia qualcosa di simile a quello che fa Babbo Natale: allora, e solo allora, la somiglianza potrebbe anche servirgli a qualcosa.
Perché Cenerentola è di sinistra, perché Pocahontas è di sinistra. Perché Robin Hood è di Avanguardia Operaia e fa gli espropri proprietari.
Perché Cenerentola si innamora senza chiedersi a quale classe sociale appartenga il principe, perché Pocahontas distingue ciò che c'è di buono e di cattivo nella "globalizzazione" inglese senza condanne preconcette e sommarie, perché Robin Hood non fa il rivoluzionario ma cerca realisticamente (e con l'aiuto della Chiesa) di salvare il salvabile in una situazione eccezionale di prepotenza e illegalità non causata da lui.
I bambini sono di sinistra perché hanno orrore dell'orrore. Perché di fronte alla povertà, alla violenza, alla sofferenza, soffrono.
I bambini sono di destra perché hanno orrore della banalità...
I bambini sono di sinistra perché il casino è un bel casino e perché l'ordine non si sa cos'è.
I bambini sono di destra perché l'ordine è quella cosa indispensabile a partire dalla quale si può fare un bel casino.
I bambini sono di sinistra perché crescono e cambiano.
I bambini sono di destra perché crescono cambiando quello che c'è da cambiare.
I bambini sono di sinistra perché tra Peter Pan e Che Guevara prima o poi troveranno il nesso.
I bambini sono di destra perché tra Peter Pan e Gesù Cristo trovano il nesso subito, senza tante seghe mentali, perché sono già competenti per trovarlo.
I bambini sono di sinistra perché, se ce la fanno, conservano qualcosa per dopo. Per quanto diventa più difficile, difficilissimo, ricordare di essere stati bambini. Di sinistra, poi.
I bambini sono di destra perché ce la fanno benissimo a conservare ciò che va conservato, senza rinunciare ad andare avanti. E non è difficile ricordarsi di essere stati bambini, se si è stati davvero bambini.
l'immagine è tratta da teleparconord.it

Grazie infinite al caro amico Searcher per avermi segnalato questo articolo molto interessante con cui Claudio Risé, psicanalista e autore di diversi libri sulla paternità, argomenta contro la fecondazione eterologa.
Su questo punto, dopo aver letto anche altre cose, comincio in effetti ad avere qualche perplessità. A gennaio avevo scritto che dei quattro quesiti referendari avrei accolto favorevolmente soltanto quello sulla fecondazione eterologa: la ragione principale è che lo vedevo, e lo vedo tuttora, logicamente distinto dagli altri tre, che non riguardano il ruolo del padre ma la possibilità dell'embrione umano di essere soggetto di diritti. Entrambi i problemi hanno rilevanza etica, ma diversa e in diverso grado. Si vorrebbe quindi far passare sotto lo stesso giudizio (un sì o un no, e la quasi totalità dei votanti si esprimerebbe con quattro sì o quattro no, come sempre avvenuto in queste occasioni) due questioni diverse e con diversi risvolti, oltre che già estremamente complesse se prese singolarmente: e questo a pensarci bene è un ulteriore limite di un'iniziativa referendaria che fa acqua da tutte le parti e merita forse di essere bocciata integralmente.
La fecondazione eterologa, tuttavia, se ben normata, a cominciare dalla non anonimità del donatore (la commissione bioetica britannica si è recentemente pronunciata a favore della rimozione dell'assurdo vincolo, e chiede al parlamento di permettere al figlio, quando raggiunge la maggiore età, di conoscere il padre biologico) non porta necessariamente all'ulteriore marginalizzazione del ruolo della paternità, come teme Risé: messo in cantiere, in qualsiasi modo, un figlio, per un padre del duemila il problema del significato della paternità è ancora da affrontare tutto intero. E' un problema sociale e culturale molto vasto, è vero, l'analisi di Risé su questo punto è convincente; ma può essere affrontato solo con una maggiore consapevolezza a livello sociale e culturale. Un padre biologico può essere assente in tanti modi, anche occupando il suo posto tutti i giorni nella sua casa e tutte le notti nel suo letto; un padre non biologico può essere padre in tutto e per tutto. Questa è la considerazione di fondo che mi porta a guardare diversamente il problema della fecondazione eterologa. Si potrebbe pensare di mettere vincoli simili a quelli che si hanno per l'adozione: permetterla solo alle coppie che hanno determinati requisiti, per tutelare i diritti del nascituro. Non permettere, insomma, che la fecondazione eterologa diventi carta bianca per soddisfare qualsiasi capriccio riproduttivo contrabbandandolo per libertà inalienabile, e aprendo di fatto la strada all'eugenetica. Ma neanche vietarla del tutto, perché sono convinto che non si possa negare a una coppia in età riproduttiva, ma con problemi insormontabili di fertilità, di fare ricorso a un aiuto di questo genere, se lo vuole.
Ad ogni modo è certo che di questo problema, e degli altri enormi sollevati dagli altri tre quesiti, avremmo bisogno di discutere ancora, senza scorciatoie. Prima di buttare alle ortiche una legge forse troppo restrittiva, ma che non sta danneggiando nessuno (non c'è un calo drammatico nell'efficacia della fecondazione in vitro dopo l'introduzione della legge 40, dice la Sidr in base ai dati di una sua ricerca) e colma un vuoto normativo che ormai era inaccettabile, vorrei pensarci ancora un po'.
immagine: Giulio Adobati, Padre e figlio
Arrivano i buoni, arrivano, arrivano,Io non ho nessuna intenzione di aspettare che la scienza mi faccia chissà quali rivelazioni su non so quali aspetti della vita embrionale per decidere che all'embrione debba essere riconosciuta la dignità di essere umano. Posso non sapere nulla, e ben poco so, delle sottili differenze tra zigote e morula, tra ovocita attivato e singamia: la questione vera si pone oggi esattamente come poteva porsi tre o quattromila anni fa. Il formarsi della vita umana dovrebbe essere qualcosa di tendenzialmente intangibile, e credo che possa essere un principio condiviso da tutti, un principio di pura civiltà, che non ha niente a che vedere con fedi e convinzioni personali. Perché altrimenti la convivenza umana su cosa la fondiamo? Sul codice della strada?
Si può discutere sulle eccezioni (come del resto accetto la plausibilità dell'aborto come eccezione) ma non si può considerare l'embrione umano alla stessa stregua di qualsiasi altro materiale biologico.
Alla scienza chiedo di chiarire il come avviene lo sviluppo dell'uomo dall'embrione al feto all'individuo adulto. Ma che embrione, feto e adulto siano la stessa persona, non vedo che titolarità abbia la scienza a metterlo in discussione. E non vedo neanche come possa essere discusso in termini etici o teologici: è un fatto, che viene prima di osservazioni scientifiche e di convinzioni etiche o religiose. Un fatto sul quale non bisognerebbe accettare di essere imbrogliati. Non un mito, come qualcuno si ostina a sostenere, contro ogni evidenza. Che mi importa se l'embrione deve ancora differenziarsi, o se non è ancora senziente? Diventa forse un caimano, una volta impiantato nell'utero? O continua ad essere quello che già è, un uomo, oppure non diventa nulla. Che mi importa se "uno su mille ce la fa"? Spiegatemi in cosa queste osservazioni ne sminuiscono la dignità di essere umano.
Siamo stati embrioni, sì o no? Potremmo essere quello che siamo se non fossimo passati attraverso questo stadio del nostro sviluppo? Punto.
Ma questa premessa necessaria non è fatta per chiudere la questione e censurare l'iniziativa referendaria, anzi: è a partire da questo riconoscimento che la questione si apre davvero, e nei termini giusti, negli unici termini a mio parere accettabili.
Voterò a favore della sola fecondazione eterologa. Per gli altri tre quesiti voterò contro, se sarà necessario; se invece ci sarà la possibilità di non raggiungere il quorum, non prenderò la scheda.
Da oggi al giorno del referendum, però, può darsi che cambi idea. Se qualcuno vuole provare a convincermi che sbaglio lo faccia, però vorrei che non usasse le frasi questo è uno stato laico, l'embrione è un progetto di vita, la ricerca dev'essere libera, che mi danno l'orticaria, grazie. Altre espressioni che non giudico degne di persone che vogliono ragionare sono guerra santa (il riferimento all'Unità di oggi è perfettamente voluto) e, per un minimo di par condicio, facevano così anche i nazisti.
Apro una categoria apposta, da qui al referendum ci sarà il tempo di aggiungere qualche osservazione a questa dichiarazione un po' lapidaria: spero di discostarmi dalla violenza ideologica che vedo già imperversare nel dibattito, da entrambe le parti.
Vorrei comunque partire da un'evidenza, da un dato inconfutabile. Embrioni si nasce. E io, modestamente, lo nacqui ;-)