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Gli standard jazz sono sempre nuovi. Non evergreen, che è un concetto contaminato di sterile nostalgia. Sono sempre nuovi e sempre loro, e sono dentro ognuno di noi, anche se non tutti saprebbero associarli a un titolo, a un
periodo, a un compositore o a un esecutore. Sono temi, o semplici riff e moduli che fanno vibrare qualcosa di essenziale, per chi ha vissuto un po' di novecento. Stupisce, e di uno stupore buono ed edificante, sentirli enunciare con limpida autorevolezza da un ragazzino siciliano, Francesco Cafiso, faccia buona da periferia, che del Novecento ha visto appena uno scorcio, e da bambino. Classe 1989, gira il mondo da solista già da quasi tre anni, entusiasmando jazzisti, critici e appassionati di ogni latitudine.
Stupisce non tanto la confidenza tecnica con lo strumento (un sax alto suonato con grande gusto e disinvoltura, fatto soffiare e barrire come solo un grande sa fare), quanto la smaliziata reinterpretazione dei brani, l'audacia degli arrangiamenti pur nei canoni di una classicità senza travisamenti sperimentali. Ci metto tre strofe a individuare (credo...) My one and only love, e mi rimane l'ultima per gustare la sapienza del fraseggio che gira intorno al tema, con l'aria scanzonata di un figliolo un po' birbone che rispetta il nonno ma intanto scherza con lui e si diverte.
I tre del suo quartetto, con il molto opportuno inserimento di Fabrizio Bosso alla tromba (altro ex enfant prodige), sono tutt'altro che comprimari. Riccardo Arrighini è un pianista delizioso e vulcanico, Stefano Bagnoli un batterista raffinatissimo, sempre discreto e con un repertorio di effetti e variazioni infinito: sembra quasi che cambi soluzione ritmica ad ogni battuta. Aldo Zunino è una vecchia volpe del contrabbasso. Tutti insieme fanno festa, alla fine, con un interminabile Mack the Knife, mentre nell'unico ma preziosissimo bis Cafiso e Bosso prendono tutti in contropiede e fanno arrivare le note inconfondibili di Caravan dal fondo del teatro, che all'inizio proprio non si capisce dove sono. Una donna davanti a me, quando realizza, si gira e sghignazzando soddisfatta grida: "Maledetti!", mentre la carovana un po' alla Bregovic del duo si snoda tra le poltrone stupefatte.
La musica, quando scaturisce con questa naturalezza, è il fenomeno più vicino alla grazia e al miracolo. Mi viene in mente il pianista chiamato Novecento dell'omonimo libretto di Baricco. Guardando i tanti coetanei di Cafiso in sala, penso e per un attimo oso sperare che potrebbe essere un miracolo così a salvarci dal divismo narciso e stupido di certi modelli televisivi, o dal nuovismo disincarnato senza memoria. Non sarà ancora la salvezza definitiva, ma potrebbe aiutare.
