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Provo a scrivere una cosa io su Syd Barrett prima di leggere tutte le commemorazioni che alluvioneranno rete e televisioni tra stasera e domani. Anche se non sarà niente di originale, voglio provare a scriverla così come mi viene.
Vittime degli eccessi del rock, psichedelici e non, dalla fine degli anni 60 ce ne sono state tante. Ma Barrett Ha pagato molto caro, più che la propensione generazionale allo "sballo", il suo istinto di innovatore. La sua voglia di svecchiamento. La sua passione. L'ha pagata più di uno come Jimi Hendrix, che ha avuto il "privilegio" di una morte gloriosa sul palco e l'immediata trasfigurazione nella leggenda. O di Jim Morrison. Il privilegio e la condanna di Syd, è stranoto, convergono in una sorta di coincidentia oppositorum, nell'essere stato Dark side per tutta la storia dei Pink Floyd. Sempre citato, sempre presente nelle dediche più pesanti e significative. Ma ormai in un'altra dimensione. Non leggendaria. Syd ha rappresentato la quotidianità di una sconfitta e di una debolezza insuperabile e per niente gloriosa, a lato di un mondo artistico che ha sempre preferito rappresentare la morte come annientamento e distruzione apocalittica. O come rivendicazione sociopolitica, al massimo: pur sempre un grande e spettacolare incendio. Non avrebbero dovuto esserci parole per una vicenda di scivolamento progressivo dall'opulenza immaginativa all'impotenza creativa come quella di Syd, non avrebbero dovuto esserci motivi e occasioni per storie così nella musica che lui stesso aveva contribuito a lanciare in orbita e nel confronto con la società e con la storia. E invece il caso Barrett costrinse a trovarle, forse per la prima volta.
Così la mancanza di Syd si canta e si celebra da più di trent'anni, immortalata in quel monumento sonoro che è whish you were here, e voglio vedere che parole potrà generare ancora. Syd è uno di quelli la cui vita era per tutti la percezione della sua lontananza. Come è possibile che possa mancare, da oggi, più di così?
