A wind sprang high in the west
like a wave of unreasonable happiness
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Io non capisco nulla di economia e ho anche le tasche bucate, ma penso di non sbagliarmi se dico che la merce in sé è un mistero anche per i più quotati economisti.
Non esiste nessuna definizione che possa racchiudere la varietà e l'imprevedibilità di ciò che puoi trovare nei luoghi in cui la merce nasce. Non è vero che la merce nasce dagli studi di marketing. Casomai è il contrario: senza le manifestazioni spontanee del mistero della merce nessuna analisi di mercato sarebbe possibile.
Se è innegabile che la maggior parte della merce sia disponibile in moduli che vengono riprodotti serialmente, l'idea stessa di mercato mi pare che dipenda dalla possibilità dell'acquirente di muoversi da un estremo all'altro dell'offerta alla ricerca dell'unicum che risponde davvero, se non al suo bisogno, almeno al suo desiderio: mi piace pensare che senza porta Portese non ci sarebbe via Condotti.
Il problema è che il desiderio è desiderio di infinito, anche nella più consumistica delle sue degenerazioni: e la proliferazione della merce al di là di ogni schema e di ogni utilità è una conseguenza di questa sproporzione.
Mi perdonino noglobal, nologos, anticapitalisti e autarchici di ogni fede e latitudine, ma la merce è più grande, più interessante e più bella (sì, bella: e brilla di luce propria, non per il talento dei vetrinisti) di tutti i loro discorsi.
23 gennaio 2005, Roma, porta Portese
