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venerdì, 24 novembre 2006
The last post in Splinder

Ok, trasloco ultimato. Ciao ciao Splinder, è stato bello.
Questo blog non verrà cancellato, almeno per il momento. Ma da oggi mi trovate su


CronacheSorprese.it


Postato da: cronachesorprese a 24/11/2006 01:48 | link | commenti |
il viandante digitale

lunedì, 20 novembre 2006
Lavori in corso

Oh, poiché gli amici giustamente si preoccupano mando un messaggio di servizio. Sto traslocando, datemi ancora qualche giorno. Riempio il vuoto con qualche consiglio per gli acquisti: un fantoccino di Diliberto da portare in manifestazione, un Napolitano che Curri curri da Ratzie guagliò, Taormina che abbandona la difesa e la Franzoni che fa partire la ola in tribunale (seguita dal pubblico ministero), un nuovo capo dei servizi segreti che non è Buttiglione (quanti la capiscono questa lascino un commento, non potranno più mentire sull'età). Ma soprattutto ai cari amici genoani un bel Guidetti modello autunno inverno.

Postato da: cronachesorprese a 20/11/2006 14:35 | link | commenti (4) |

giovedì, 09 novembre 2006
Evviva l'autotelegiornale

E così hanno inventato il telegiornale completamente automatizzato. A chi dispiace? A me no. Carola Frediani chiede e si chiede se i giornalisti in carne e ossa siano una razza in via di estinzione. Butta la questione in pasto a chi se ne vuole occupare e non si pronuncia, ma penso che la sua risposta sia no.
Se qualcosa è in pericolo, è piuttosto il giornalista inteso come presentatore più che come mediatore di informazione. E questo non mi preoccupa, anzi mi piace. Vuol dire che i giornalisti faranno sempre di più il loro lavoro, cioé quello di cercare le notizie, produrre contenuti, stare addosso alle fonti. Con tutti gli strumenti, vecchi e nuovi, di cui dispongono. Che si usano solo con carne, ossa, faccia e neuroni, non certo con un programma più o meno automatico e ben addestrato.

Sono più di vent'anni che nel mondo del giornalismo ogni tanto salta su qualche apocalittico a dire che tanti bravi professionisti in tutte le redazioni sono mortificati a fare lavoro di desk, o "cucina" dai lanci di agenzia, come si dice. E quando all'inizio degli anni novanta la legge Mammì ha obbligato tutte le televisioni locali, anche le più infime, a fare un certo numero di notiziari al giorno per mantenere il diritto a usare le frequenze, molti non hanno visto di buon occhio che potesse essere considerata pratica giornalistica la lettura di un telegiornale preparato chissà come, insomma che un presentatore televisivo si facesse passare per giornalista. Ancora: l'esplosione della free press ha fatto levare alte le lamentazioni delle associazioni di categoria dei giornalisti, semplicemente perché dando gratis un servizio che fino a ieri si trovava soltanto a pagamento sui quotidiani si mettevano a rischio dei posti di lavoro di giornalisti. Gli stessi, per dirla tutta, mortifcati dallo sporco lavoro di desk. Beh, ma non è una buona occasione per levarli dalla loro mortificazione e metterli a produrre giornali più interessanti, non fotocopia gli uni degli altri, non ricalcati sul menu unico stabilito ogni sera dai titoli dei telegiornali delle otto?

Insomma, se guardiamo la professione del giornalista è, se non in crisi, in corso di ridefinizione e aggiornamento non da oggi. A causa delle nuove tecnologie di comunicazione ma non solo: a causa anche della globalizzazione e del proliferare dei soggetti che a vario titolo fanno informazione.
Internet ha un problema: funziona. I motori di ricerca sono una risorsa per il reperimento di informazioni di qualsiasi tipo di cui nessuno, operatore professionale dell'informazione o utente, può più fare a meno. Gli aggregatori sono una meraviglia. Se un giornale o un prodotto di informazione può essere confezionato più o meno automaticamente, a chi nuoce davvero? Soltanto a chi, da una cinquantina d'anni a questa parte, ha fatto in modo che produzione e presentazione di informazioni fossero sempre meno distinguibili. Non è avvenuto soltanto con la televisione, è avvenuto anche nelle radio, nei quotidiani, perfino nelle agenzie di stampa. Se la free press aumenta, i quotidiani sono costretti a differenziare sempre di più le loro pagine da quelle di un foglio volantinato sul metrò. Se il telegiornale si confeziona da solo con un'interessante evoluzione multimediale degli aggregatori, le televisioni sono costrette a occuparsi di più del loro specifico e a ridimensionare il ruolo della post-produzione che ha preso troppo spazio negli ultimi vent'anni.

Internet e gli strumenti informatici faranno sempre meglio il loro lavoro, ma quello che raccolgono per la rete mondiale in maniera sempre più puntuale ed efficace da qualche parte dovrà essere prodotto. E lì si vedrà  la differenza tra la produzione professionale e quella non professionale. Se i media tradizionali perdono l'esclusiva della presentazione è un vantaggio per tutti, ma per i media in primo luogo.

Postato da: cronachesorprese a 09/11/2006 17:58 | link | commenti (5) |
il viandante digitale

mercoledì, 08 novembre 2006
Barcampeggio anch'io

Sarò anch'io al Barcamp di Torino il 2 dicembre.
I partecipanti iscritti fino a questo momento sono 149, gli argomenti proposti sono 32. Non so ancora bene a quali discussioni parteciperò. Eviterò quelle molto tecniche ma per forza di cose dovrò scegliere anche tra le rimanenti, che sono troppe per le mie orecchie e i miei neuroni. 
Non vorrei perdere l'occasione di mettere sotto torchio Tambu e altri espertoni su Google analytics. E certo almeno origlierò la presentazione di Fainotizia di Radio Radicale. Lo so che è un po' disdicevole per un Barcamp, ma probabilmente per questa volta sarò più spectator che participant.

Il mio interesse, oltre che su alcuni degli argomenti proposti, è proprio sulla dinamica dello scambio di esperienze nel Barcamp. Che forse in linea di principio non avrebbe bisogno del web per esistere  (e forse pensandoci si possono trovare qua e là degli antecedenti), ma a prima vista sembra tanto dipendere dal modo caratteristico del web di strutturare e diffondere l'informazione e le informazioni.  Questo voglio vedere e capire innanzitutto. Anche i lurker hanno il loro perché.

Postato da: cronachesorprese a 08/11/2006 19:15 | link | commenti |
il viandante digitale

martedì, 07 novembre 2006
Decidi.it, ancora un mese per iscriversi

Avevo in programma di scrivere un post di bilancio sulla conclusione della fase di iscrizione a Decidi, che era fissata per il 3 novembre. Bene, pochi giorni prima della scadenza il termine per l'iscrizione è stato prorogato di un mese. C'è tempo dunque ancora fino al 3 dicembre. Una buona notizia, non soltanto perché la pubblicità era stata poca ed è ragionevole pensare che non sia ancora arrivata all'orecchio di molti potenziali interessati, ma anche perché la proroga è stata decisa dopo le molte richieste giunte al forum, in cui sta imperversando un dibattito su questioni di metodo, come è normale e in certa misura giusto in una fase di avvio.
Qualcuno ha protestato perché il forum per le discussioni ha le istruzioni in inglese. Un'obiezione interessante, perché chi è abituato a navigare e a usare strumenti di community in rete non ha questo tipo di difficoltà: se emerge, significa che la base delle iscrizioni on line ha già sfondato, in qualche modo, verso fasce di utenza che non hanno dimestichezza con i forum.
Intanto, lunedì scorso, il progetto è stato presentato in Università, agli studenti di Scienze Politiche. E continua il lavoro delle associazioni affiliate al progetto, che stanno chiedendo ai loro iscritti di partecipare, oltre a mettere a disposizione le loro sedi per gli infopoint e i votapoint necessari per garantire anche a chi non ha il computer la possibilità di aderire alla sperimentazione. La Provincia ha inoltre esteso la possibilità di iscrizione (e dunque di votazione) anche agli stranieri residenti.

Postato da: cronachesorprese a 07/11/2006 18:47 | link | commenti |
il viandante digitale

Compagno Google

Non ho più parlato molto dei miei referrer. Non sono entusiasmanti come quelli di Hardla, e quindi su questa cosa ho il complesso di inferiorità, anche se gli accessi dall'inizio dell'autunno sono aumentati molto (a ottobre ho fatto il record di visitatori unici) e qualcosa di carino negli ultimi mesi è capitato. Niente di sconvolgente.
Questo però lo devo riportare. Oggi qualcuno da un server della Camera dei Deputati ha cercato su Google "dimmi qualcosa di sinistra". Pensavo che non avessero bisogno di suggerimenti... ;-)

Postato da: cronachesorprese a 07/11/2006 17:21 | link | commenti (4) |
forse cercavi

lunedì, 06 novembre 2006
Saddam: un distinguo

Esiste la giustizia in Iraq? È possibile amministrare la giustizia a Baghdad? Penso ai giudici che stanno decidendo della sorte dell'ex dittatore e considero che, processandolo, stanno rischiando la loro stessa vita. Sono particolarmente coraggiosi? Che lo siano o meno, non hanno scelta: o celebrano il processo, o celebrano il funerale del loro neonato e malnato stato di diritto.

Non hanno scelta neanche a pronunciare la condanna a morte. Io, come la maggioranza degli italiani, sono assolutamente contrario alla pena capitale. E mi sento tanto, tanto buono a dirlo e a pensarlo. Ma quanta vigliacchieria può nascondere, a volte, una dichiarazione di principio. E quanto poco realismo. Se l'attuale sistema giudiziario iracheno prevede la pena capitale, non applicarla nel caso di Saddam sarebbe una contraddizione clamorosa che minerebbe alla base la possibilità stessa di celebrare processi equi e credibili nell'immediato futuro. Oppure (voglio sognare un momento) potrebbe essere un'occasione per abolirla del tutto: se la sentenza di appello non confermasse la condanna a morte di un uomo che per decenni ha avuto diritto di vita e di morte su tutto il popolo iracheno, un attimo dopo il governo dovrebbe abolire la pena di morte. Ma ha senso in un paese in cui ogni giorno ci sono decine, a volte centinaia di morti nei mercati, nelle sedi di polizia, nelle case e nelle strade? Un'iniziativa così clamorosa a chi parlerebbe? Soltanto all'occidente. In Iraq e nel mondo arabo non sarebbe compresa.

Poiché ci sono molte prese di posizione ufficiali di europei contro la condanna a morte di Saddam, giustificate da una posizione di principio che in astratto è del tutto condivisibile, vediamo in concreto cosa significa che uno stato occidentale ed europeo come l'Italia chieda, attraverso il suo governo, di non giustiziare l'ex dittatore. La guerra in Iraq è stata inopportuna, ingiusta, disastrosa. Questo lo so con certezza. Ma cosa fatta capo ha. Se da questa catastrofe può nascere qualcosa di buono, non lo so; se la democrazia nascente in Iraq sia davvero democrazia o sia talmente sotto scacco a ogni istante da essere al più un buon proposito abortito, non lo so. Se da occidentale provo a considerare da cosa si può ricominciare, dico: una collaborazione stretta e un aiuto militare e civile costante all'attuale governo iracheno, per non lasciarlo in balia dei fondamentalisti e delle faide incessanti tra sciiti e sunniti e ricostruire; una garanzia attraverso l'Onu di non usare il presidio in Iraq come testa di ponte per sciacallaggi dal sapore neocolonialista, in particolare sulle risorse petrolifere di prim'ordine; un programma di sviluppo serio e inevitabilmente oneroso che riguardi infrastrutture, sostegno all'imprenditoria, connessione stabile e organica con i mercati occidentali.

Sostenere l'opportunità della sospensione della pena di morte per Saddam, oggi, per un governo significa impegnarsi davvero in questo senso. Non si può dire: fate come noi, che abbiamo abolito da tempo la pena di morte e stiamo tanto bene. Una richiesta del genere non può coesistere con un retropensiero che ritenga fatale e inevitabile che il popolo iracheno stia ancora indefinitamente nella sua tragica routine. Perché allora milioni di iracheni potrebbero rispondere: venite a vivere a Baghdad per un mese, poi ne riparliamo della pena di morte. Non dico che non si deve chiedere almeno una moratoria per l'ex dittatore: anzi, si deve chiedere. Ma le ragioni umanitarie, da sole, non bastano. Non sono neanche ragioni.

Postato da: cronachesorprese a 06/11/2006 19:11 | link | commenti (4) |

domenica, 05 novembre 2006
Se ci ascolti per un momento...

Leggendo una volta questo brano, quando eravamo all'università, il mio amico Luca T. osservava che il totalitarismo ha sempre bisogno di un ripetitore. Se nessuno si prestasse a fare da eco non potrebbe affermarsi e conservarsi, perché non ha una sua evidenza sulla quale fare leva. Il ripetere del potere totalitario non è funzionale al fare memoria di qualcosa di essenziale, come una preghiera: è invece un rumore di fondo, che ostacola la memoria e la consapevolezza (Pinocchio dimentica il suo fermo e corretto proposito iniziale). Per questo è radicalmente antireligioso.

- Dunque, - disse la Volpe, - vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te!
- Tanto peggio per te! - ripetè il Gatto.
- Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna.
- Alla fortuna! - ripetè il Gatto.
- I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati duemila.
- Duemila! - ripetè il Gatto.
[...]
- Oh che bella cosa! - gridò Pinocchio, ballando dall'allegrezza. - Appena che questi zecchini gli avrò raccolti, ne prenderò per me duemila e gli altri cinquecento di più li darò in regalo a voi altri due.
- Un regalo a noi? - gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. - Dio te ne liberi!
- Te ne liberi! - ripetè il Gatto.
- Noi, - riprese la Volpe, - non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri.
- Gli altri! - ripetè il Gatto.

Carlo Collodi, Pinocchio, capitolo XII

Postato da: cronachesorprese a 05/11/2006 13:15 | link | commenti |
reading

giovedì, 02 novembre 2006
Novecento il giovane

Gli standard jazz sono sempre nuovi. Non evergreen, che è un concetto contaminato di sterile nostalgia. Sono sempre nuovi e sempre loro, e sono dentro ognuno di noi, anche se non tutti saprebbero associarli a un titolo, a un periodo, a un compositore o a un esecutore. Sono temi, o semplici riff e moduli che fanno vibrare qualcosa di essenziale, per chi ha vissuto un po' di novecento. Stupisce, e di uno stupore buono ed edificante, sentirli enunciare con limpida autorevolezza da un ragazzino siciliano, Francesco Cafiso, faccia buona da periferia, che del Novecento ha visto appena uno scorcio, e da bambino. Classe 1989, gira il mondo da solista già da quasi tre anni, entusiasmando jazzisti, critici e appassionati di ogni latitudine.

Stupisce non tanto la confidenza tecnica con lo strumento (un sax alto suonato con grande gusto e disinvoltura, fatto soffiare e barrire come solo un grande sa fare), quanto la smaliziata reinterpretazione dei brani, l'audacia degli arrangiamenti pur nei canoni di una classicità senza travisamenti sperimentali. Ci metto tre strofe a individuare (credo...) My one and only love, e mi rimane l'ultima per gustare la sapienza del fraseggio che gira intorno al tema, con l'aria scanzonata di un figliolo un po' birbone che rispetta il nonno ma intanto scherza con lui e si diverte.
I tre del suo quartetto, con il molto opportuno inserimento di Fabrizio Bosso alla tromba (altro ex enfant prodige), sono tutt'altro che comprimari. Riccardo Arrighini è un pianista delizioso e vulcanico, Stefano Bagnoli un batterista raffinatissimo, sempre discreto e con un repertorio di effetti e variazioni infinito: sembra quasi che cambi soluzione ritmica ad ogni battuta. Aldo Zunino è una vecchia volpe del contrabbasso. Tutti insieme fanno festa, alla fine, con un interminabile Mack the Knife, mentre nell'unico ma preziosissimo bis Cafiso e Bosso prendono tutti in contropiede e fanno arrivare le note inconfondibili di Caravan dal fondo del teatro, che all'inizio proprio non si capisce dove sono. Una donna davanti a me, quando realizza, si gira e sghignazzando soddisfatta grida: "Maledetti!", mentre la carovana un po' alla Bregovic del duo si snoda tra le poltrone stupefatte.

La musica, quando scaturisce con questa naturalezza, è il fenomeno più vicino alla grazia e al miracolo. Mi viene in mente il pianista chiamato Novecento dell'omonimo libretto di Baricco. Guardando i tanti coetanei di Cafiso in sala, penso e per un attimo oso sperare che potrebbe essere un miracolo così a  salvarci dal divismo narciso e stupido di certi modelli televisivi, o dal nuovismo disincarnato senza memoria. Non sarà ancora la salvezza definitiva, ma potrebbe aiutare.
  

La Spezia, Teatro Civico, 31 ottobre 2006

Postato da: cronachesorprese a 02/11/2006 01:13 | link | commenti (6) |
le specie musicali