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A wind sprang high in the west
like a wave of unreasonable happiness


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sabato, 30 aprile 2005
Diabete statistico

Ieri tre visitatori diversi, uno da Monza, uno da Lecce e uno non so, sono capitati qui cercando "sorprese d'amore". Nei giorni prima altri tre, sempre da luoghi diversi: tutti questa settimana comunque. Sarà la primavera.
Mi incuriosisce che sia una ricerca così frequente: finora è la prima chiave di ricerca nelle mie statistiche.  Capisco che si cerchi "sorprese" o "amore", può venire da tanti modi di vedere diversi. Ma l'espressione intera presuppone qualcosa di meno generico, una mentalità, un modo di vedere le cose, uno stile letterario. So che esistono degli studi sugli epistolari amorosi di gente comune di un secolo fa che cercano di rintracciare stereotipi della letteratura e dei "media" dell'epoca nelle parole usate per scrivere alla persona amata. Questo mi sembra uno stereotipo da baci perxxxna. Scusate l'autocensura, ma mi trovano con chiavi già fin troppo sdolcinate e cioccolatose, non vorrei aggravare la mia posizione. Credo che istituirò il 14 febbraio come unico giorno di chiusura annuale del blog.
E io che speravo in qualcosa di più sfizioso... Ditemi, sono poco audace? Eccedo in eufemismi? Devo assumere Er Monnezza come web marketing consultant? Devo parlare male, devo essere più triviale? Tutte le statistiche di qualsiasi sitarello del mondo sono piene di cose irripetibili, mi sento escluso. Perché nessuno cerca da me l'amore con la a minuscola? :-DD

Postato da: cronachesorprese a 30/04/2005 13:13 | link | commenti (5) |
forse cercavi

venerdì, 29 aprile 2005
Uso socratico della lattuga

Discutendo con Thrasher e vari avventori del suo blog ho messo a fuoco un po' meglio un pensiero che inseguo da mesi e che ho già usato come spunto per affliggere altri interlocutori. L'ho chiarito solo un po' di più, sono ancora lontano dal padroneggiarne tutte le implicazioni, intanto lo metto nero su bianco perché finora ne ho solo parlato e magari a scriverne riesco a rifletterci meglio.

Ordino un hamburger in un locale qualsiasi. In due preparazioni su tre è compresa una foglia di lattuga. Quando mi portano il panino mi viene spesso da chiedermi quale immagine di perfezione sta dietro all'imperativo morale, che nessun barista al mondo osa ignorare, di guarnire un hamburger con una foglia di lattuga a qualsiasi costo. Sì, a qualsiasi costo: perché la foglia nove volte su dieci arriva appassita, ingiallita, bruciacchiata, addirittura con i segni della griglia, ormai lontanissima anche dal più pallido ricordo del suo primitivo splendore.

E' un'immagine mitica di un'eccellenza che abbiamo visto poche volte nella vita, forse alcuni non hanno mai visto: una lattuga fresca e saporita sopra o meglio accanto a un hamburger di ottima carne, di dimensioni accettabili, cotto al punto giusto. Ah, una foglia cruda naturalmente. Cosa la metti a fare nel panino ancora da cuocere? La lattuga va nel piatto, o va aggiunta al panino dopo la cottura. Già. Ma nel pub o nel bar c'è sempre un sacco di gente, bisogna far presto, azzicca tutto dentro a 'o pane e via. Beh, ma allora, per farla bruciare o appassire, non la usare. Ti costa anche una cifra. No, la lattuga rimane. Mi sembra uno di quegli enti inutili che ogni tanto qualche politico con velleità moralizzatrici tenta, senza successo, di eliminare.

Perché? Perché la lattuga viene usata in modo così improprio? Non so ancora spiegare bene, ma questa domanda ha un'importanza capitale. Mi sembra che sia una delle tante applicazioni di una dinamica umana e di mercato comunissima. La merce prolifera e si aggrega attorno a un'immagine di un'eccellenza irraggiungibile. Irraggiungibile non per natura, anzi (cosa ci vorrà mai a usare la lattuga come va usata, nel contesto - hamburger...). E' che, una volta enunciata l'eccellenza di riferimento, sembra quasi che la concreta riproduzione di quell'eccellenza nel maggior grado possibile diventi una questione secondaria. Basta l'enunciazione. Basta che il menu crei l'immagine (ci sono anche i menu con le foto!) e ti suggerisca: oh, ci siamo capiti, io intendo quel bel verde, quella bella foglia carnosa, se ti arriva un po' diversa non starai mica a sottilizzare, apprezza l'intenzione...

No, non apprezzo l'intenzione. Più ci penso, più mi convinco che quell'intenzione lì sia proprio una cagata, anzi, la radice di molte conseguenze assai più incresciose di un panino dal quale, tutto sommato, puoi limitarti a estrarre l'insalata abortita. Ci ritornerò.

Postato da: cronachesorprese a 29/04/2005 01:13 | link | commenti (6) |
market mysteria

domenica, 24 aprile 2005
Referrer che passione

Alcuni poveri cristi sono incappati nel mio blog sperando di trovare qualcosa di utile su:
 
sorprese
idee fare sorprese
roland barthes camera chiara analisi
chitarra voce "over the rainbow"
immagini hippies anni 60
padre non biologico
immagine diavolo rosso
sito inno-hit
elenco delle più belle canzoni d'amore

Vabbé, cari amici, spero che sia stato ugualmente bello. Almeno il tempo di alcune delle vostre visite lo lascia supporre :-)

Postato da: cronachesorprese a 24/04/2005 23:02 | link | commenti (6) |
forse cercavi

venerdì, 22 aprile 2005
Invisibili legami

Mi è completamente indifferente essere ucciso in guerra. Di quello che ho tanto amato, che cosa resterà? Così come degli esseri, voglio dire dei costumi, delle intonazioni insostituibili, di una certa luce spirituale. Del pranzo in una fattoria provenzale sotto gli olivi, ma anche di Haendel. Me ne infischio delle cose che sopravviveranno. Quello che vale è un certo ordinamento delle cose. La civiltà è un bene invisibile perché si fonda non sulle cose, ma sugli invisibili legami che le uniscono l'una all'altra, in un dato modo e non altrimenti. Noi avremo dei perfetti strumenti musicali distribuiti in grande serie, ma dove sarà la musica? Se io vengo ucciso in guerra me ne infischio.

Antoine de Saint Exupéry, Lettera al Generale X

Postato da: cronachesorprese a 22/04/2005 00:42 | link | commenti |
reading

mercoledì, 20 aprile 2005
Ratzìe

Provo a coniare un neologismo sulla strettissima attualità, magari mi va bene e me lo ritrovo nei prossimi Garzanti o De Mauro. "E' una ratzìa". Suona vagamente come un ossimoro, perché è simile a "pazzia" ma è riferita al nuovo pontefice che ha la fama (immeritata, dicono alcuni) di essere un uomo molto rigido e un po' freddino. Una "ratzìa" è sicuramente il suo fan club. Questo papa passerà alla storia come il primo ad avere un fan club, che cura anche un unofficial web site già consolidato prima di diventare papa. Anche questa una ratzìa, senza dubbio: l'uomo che ha ponderato ogni virgola del nuovo catechismo, uno dei ghost writer più ascoltati e influenti della cerchia woityliana, l'uomo che è stato per vent'anni prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, si trova ad avere a che fare con qualcosa di  "unofficial" che lo riguarda direttamente. Ratzìa però, obietterà sicuramente qualcuno,  come termine è più vicino a razzia che a pazzia: e qui mi si rimprovererebbe più o meno velatamente di non voler sfruttare l'assist per sapide battute anticlericali. Non fa parte dei miei registri, e comunque l'uomo Ratzinger potrà avere tanti difetti (che ignoro, mentre troppi in queste ore ostentano di conoscerli molto bene, e vorrei tanto sapere su quali basi) ma "razziatore" mi sembra proprio che no, non lo sia. Quindi mi accontento di aspettarmi "ratzìe" simili a "pazzie".

Postato da: cronachesorprese a 20/04/2005 01:24 | link | commenti (5) |
ratzie stories

venerdì, 15 aprile 2005
Un post libero

Questo post è uno spazio a completa disposizione di chi vorrà raccontare qualcosa del concerto di ieri di Paolo Conte al Carlo Felice. Io non c'ero, ma so che almeno due "avventori" di questo blog erano presenti: chi in prima linea, chi nelle retrovie. Fatevi sotto e raccontate cosa ha combinato il neogenovese. Potete commentare oppure scrivere a cronachesorprese@despammed.com: il vostro prezioso contributo sarà pubblicato qui di seguito.
Bastano anche poche parole, come ben sa chi conosce quel tipo. Bastano due cosucce, come se fosse il testo di Max o di Hemingway, poi parte la musica.

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Searcher non era al concerto ma mi fa notare che nella pagina del sito del Comune di Genova che ho collegato qui sopra c'è un imbarazzante copincolla del testo di Genova per noi, zeppo di errori. Alla faccia della cittadinanza "onoraria"... :-))

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Ludi era al concerto e mi ha scritto molte cose, ne riporto alcuni frammenti:

L'ultima volta (di Conte al Carlo Felice, ndC) avrei fatto a fettine mezza platea che all'ultima nota era già in piazza de Ferrari a organizzare il dopo concerto. Ieri no, ieri il teatro era meravigliosamente ricolmo di gente e passione e applausi e attenzione e gioia... Il chitarrista non lo saprà mai ma mentre suonava Gioco d'azzardo la sua chitarra sventagliava il riflesso di un faro direttamente sul mio viso: mi ha raggiunto lassù nell'angolo più remoto del teatro e inconsapevole si è reso complice del mio goffo tentativo di nascondere qualche lacrima di ricordo...
"Genova per noi" ieri - sai gli hanno conferito la cittadinanza onoraria mentre io firmavo NN anni di mutuo... what a coincidence! - aveva un gusto particolare e alla fine fra un pò viene giù il teatro. Certo l'età, forse la stanchezza del tour, o della giornata... insomma sbaglia qualche parola l'avvocato e qualche d'una la dimentica del tutto, anche qualche accordo forse non è venuto come l'avrebbe voluto ma nessuno "ride". Ieri ci ha regalato anche Bamboolah, una delle più belle canzoni d'amore che abbia mai sentito. Anche ieri poi come in mille segreti appuntamenti sono stata "Alle prese con una verde milonga" e l'emozione si è arricchita di nuove rivelazioni, perchè ogni volta che ascolto quella canzone si rivela a me stessa una piccola parte di me, come se ogni volta riuscissi a tuffarmi un pò più in profondo. "La domanda è rosso fuoco e la risposta è blu...": mi ha lasciato così questo concerto, con il rosso che mi brucia dentro e l'attesa del blu che esaltandolo lo venga a rinfrescare.

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Kammamuri racconta di una sensazionale scoperta fatta da una posizione privilegiata:

Un cavallo rosso polvere
Ero in prima linea. Oddio, letteralmente in settima, ma ci siamo capiti. Lo stare in prima linea ha comportato tutta una serie di conseguenze, talune alquanto prosaiche ed essenzialmente concernenti il raffronto fra la mia situazione economica precedente all’acquisto del biglietto e quella attuale, talaltre probabilmente meno.
Tra queste ultime va senz’altro annoverata una scoperta che personalmente reputo interessante: Diavolo Rosso è uno spaghetti western.
Il sospetto, a dir la verità, l’ ho avuto fin dal primo ascolto di “Concerti”, ma dalla serata del Carlo Felice sono in possesso di prove inconfutabili.
Dicevo di “Concerti”. Nella versione presente in quel grande disco, fateci caso, Conte letteralmente prende la canzone per condurla a un ritmo più lento: il risultato è quello di un puledro furibondo domato e trasformato in una bestia elegante, impolverata, vagamente indolente, in apparenza altezzosa, ma in fondo incuriosita dal paesaggio che la circonda. Tra l’altro l’andamento pigro e solenne dell’introduzione di chitarra è accompagnata da un impercettibile, brontoloso sbuffo ritmico dell’interprete che, attore, si sa, ci regala un cammeo nei panni del suo personaggio più essenziale di sempre: il cavallo di Sentenza, o del sensale di droghe di Castelnuovo Don Bosco, che, fondamentalmente, si è rotto le palle di fare avanti e indietro fra il Monferrato e il West.
Fischio, frusta, chitarre, uomini, vento e piste di carri.
Riascoltate la canzone da capo. Adesso ascoltate il Morricone di “Per un pugno di dollari”
Notevole, vero?
La tesi che ho annunciato di voler sostenere in queste righe, postula che Diavolo Rosso è in realtà uno spaghetti western.
E’ vero, ma non è esatto: Diavolo Rosso è l’altra faccia, di uno spaghetti western.
E’ il volto innocente delle puttane da saloon, ancora bambine con le trecce bionde, è il nord brinato, notturno e silenzioso di un sud marcio di sole, dove il caldo frolla terra, anima e carcasse e ci sono sempre una tromba o una rivoltella nascoste, in agguato, nel suono del niente.
Cosa c’entra, però, tutto questo col fatto che al Carlo Felice io sedessi nella fila numero sette, in prima linea se preferite? Semplice: durante l’esecuzione di Diavolo Rosso ho potuto guardare persino le pieghe delle rughe del chitarrista. Verso la fine del pezzo, all’acme di una prestazione quasi olimpionica, quell’uomo soffriva.
Non parlo di una sofferenza interiore, dettata da chissà quale turbamento emotivo o da uno stendhaliano, artistico, rapimento.
Soffriva, non stava bene, il braccio gli faceva un male porco.
L’avvocato lo sapeva benissimo, questo si vedeva dalle sue, di rughe che ridacchiavano sadiche.
Perché mai mettere fine a quell’agonia, il viatico del suo trionfo?
La conclusione del pezzo restituiva così al mondo un chitarrista più morto che vivo e un teatro ai piedi del Grande Aguzzino.

Avete presente quando Clint lascia penzolare Tuco per un po’ prima di liberargli la corda con un colpo di pistola e scappare col malloppo?

Postato da: cronachesorprese a 15/04/2005 19:30 | link | commenti (7) |

martedì, 12 aprile 2005
Photo Canal

Davanti a una veduta veneziana del canaletto puoi stare dieci, venti minuti senza stancarti. Ogni cosa era semplicemente se stessa, nel momento in cui quelle immagini si proiettavano dalla camera ottica al foglio del pittore; oggi, davanti ai miei occhi, c'è molto di più. Si possono applicare a queste vedute gli stessi criteri che Roland Barthes suggerisce nel suo libro sulla fotografia, La camera chiara. Barthes spiega come solo lui sa fare che, anche se tendiamo a dimenticarlo, la tecnica fotografica sceglie un modo di rappresentare la realtà, è interpretazione e non registrazione; e poi da semiologo gioca, riflette, allegorizza con il tempo che si è stratificato su quell'immagine. Fa riconoscere che l'immagine è viva non perché pretende di essere oggettiva, ma perché è costruita in modo tale da offrirsi sempre in maniera condiscendente alla percezione dell'osservatore, che è sempre diversa perché si allontana nel tempo il punto di osservazione.

Canaletto si rivolgeva a chi era distante nello spazio, magari immerso nelle nebbie londinesi e voleva sempre avere le immagini della laguna davanti agli occhi; anch'io sono lontano ma non più nello spazio, solo nel tempo, e senza volerlo Canaletto chiede a me lo stesso tipo di astrazione, o di distrazione. Quello che lui voleva funzionasse con i ricchi inglesi dell'epoca funziona anche con me: è come se non sapessi o non volessi sapere che quella non è una ripresa oggettiva ma una sapiente scelta di luce e di particolari, che fanno sempre diversi i pochi soggetti che il venesiàn ritrae con apparente serialità commerciale. Quel cane che gioca, quei due nobili vestiti eleganti che stanno attraccando con la gondola, quel pescivendolo con la sua mercanzia... posso perdermi a esaminare e confrontare i particolari, le figure umane, la vita che è rimasta imbrigliata per sempre in quegli eidola, testimoni inconsapevoli di una quotidianità perduta, commovente quanto e più della vita ripresa nei dagherrotipi di metà ottocento.

E' quasi una meditazione: a poco a poco il mio occhio diventa quello del Canaletto. Che ha fatto una vita un po' grama, soprattutto verso la fine. E pensando a tutte le difficoltà che ha avuto, mentre passavo in rassegna le opere raccolte nella bella mostra romana a palazzo Giustiniani, trovavo comunque singolare che la sua matita e il suo pennello siano rimasti sempre così, se non proprio fedeli, almeno innamorati della realtà, senza mai un'ombra di malinconia non dico nel colore e nella luce, ma neanche nella scelta dei particolari. Tutto questo studio paziente e amorevole su centinaia di punti di vista dello stesso soggetto, mentre quel dritto di John Smith lo sfruttava facendo creste invereconde sui dipinti che vendeva per suo conto a Londra, è notevole. Che poi, quando lui stesso andò a Londra per cercare di vendere di persona, gli inglesi, che quando vogliono sanno essere parecchio fetenti, arrivarono addirittura a mettere in dubbio la sua identità. Soltanto un inglese riesce a convincere un altro inglese che qualcosa di buono venga fuori da qualcuno che non è inglese... Magari il venesiàn in trasferta non pronunciava correttamente il th, sarà stato bene per cose del genere che non lo consideravano, ai nou mai cichens. - Chi è esso, Edward? - Canaletto, James, il solito italiano di talento ma un po' pirla.

Roma, palazzo Giustiniani, 27 marzo 2005

Postato da: cronachesorprese a 12/04/2005 00:42 | link | commenti |
lo spettatore indigente

sabato, 09 aprile 2005
Perplessità etero-logiche

Grazie infinite al caro amico Searcher per avermi segnalato questo articolo molto interessante con cui Claudio Risé, psicanalista e autore di diversi libri sulla paternità, argomenta contro la fecondazione eterologa.
Su questo punto, dopo aver letto anche altre cose, comincio in effetti ad avere qualche perplessità. A gennaio avevo scritto che dei quattro quesiti referendari avrei accolto favorevolmente soltanto quello sulla fecondazione eterologa: la ragione principale è che lo vedevo, e lo vedo tuttora, logicamente distinto dagli altri tre, che non riguardano il ruolo del padre ma la possibilità dell'embrione umano di essere soggetto di diritti. Entrambi i problemi hanno rilevanza etica, ma diversa e in diverso grado. Si vorrebbe quindi far passare sotto lo stesso giudizio (un sì o un no, e la quasi totalità dei votanti si esprimerebbe con quattro sì o quattro no, come sempre avvenuto in queste occasioni) due questioni diverse e con diversi risvolti, oltre che già estremamente complesse se prese singolarmente: e questo a pensarci bene è un ulteriore limite di un'iniziativa referendaria che fa acqua da tutte le parti e merita forse di essere bocciata integralmente.

La fecondazione eterologa, tuttavia, se ben normata, a cominciare dalla non anonimità del donatore (la commissione bioetica britannica si è recentemente pronunciata a favore della rimozione dell'assurdo vincolo, e chiede al parlamento di permettere al figlio, quando raggiunge la maggiore età, di conoscere il padre biologico) non porta necessariamente all'ulteriore marginalizzazione del ruolo della paternità, come teme Risé: messo in cantiere, in qualsiasi modo, un figlio, per un padre del duemila il problema del significato della paternità  è ancora da affrontare tutto intero. E' un problema sociale e culturale molto vasto, è vero, l'analisi di Risé su questo punto è convincente; ma può essere affrontato solo con una maggiore consapevolezza a livello sociale e culturale. Un padre biologico può essere assente in tanti modi, anche occupando il suo posto tutti i giorni nella sua casa e tutte le notti nel suo letto; un padre non biologico può essere padre in tutto e per tutto. Questa è la considerazione di fondo che mi porta a guardare diversamente il problema della fecondazione eterologa. Si potrebbe pensare di mettere vincoli simili a quelli che si hanno per l'adozione: permetterla solo alle coppie che hanno determinati requisiti, per tutelare i diritti del nascituro. Non permettere, insomma, che la fecondazione eterologa diventi carta bianca per soddisfare qualsiasi capriccio riproduttivo contrabbandandolo per libertà inalienabile, e aprendo di fatto la strada all'eugenetica. Ma neanche vietarla del tutto, perché sono convinto che non si possa negare a una coppia in età riproduttiva, ma con problemi insormontabili di fertilità, di fare ricorso a un aiuto di questo genere, se lo vuole.
  
Ad ogni modo è certo che di questo problema, e degli altri enormi sollevati dagli altri tre quesiti, avremmo bisogno di discutere ancora, senza scorciatoie. Prima di buttare alle ortiche una legge forse troppo restrittiva, ma che non sta danneggiando nessuno (non c'è un calo drammatico nell'efficacia della fecondazione in vitro dopo l'introduzione della legge 40, dice la Sidr in base ai dati di una sua ricerca) e colma un vuoto normativo che ormai era inaccettabile, vorrei pensarci ancora un po'.

immagine:  Giulio Adobati, Padre e figlio

Postato da: cronachesorprese a 09/04/2005 21:59 | link | commenti |
dichiarazioni di voto

mercoledì, 06 aprile 2005
Perfect Post Award

Istigato dal mio analista, aderisco anch'io all'invito di Hardla e provo a scrivere il post perfetto.

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Er muoz gelichesame die leiter abwerfen
So er an ir ufgestigen ist...



Lo scroc delle patatine fritte sotto i denti. O il gracchiare del tergicristallo appena azionato sul vetro sporco. (Troppo sporco). Cioé a dire brividi, sia pure in diversi registri, nei soggetti predisposti. E SAPERLO PRIMA, un attimo prima minKia. E invece no, le maledette predisposizioni fottono sempre ogni previsione. Fankulo.

Per quanto lurida possa essere questa pretesa, l'avevo in *cassaforte*. Non so se mi spiego.
E poi.
E poi???
Rapina con scasso? Eh, magari. "Ojalà, ojalà!" In realtà, piuttosto, un'inquadratura nel telelaser. Un'inquietudine di Munch o di Escher. Un chewing-gum in una fioriera. Una mossa carica di troppe aspettative al Dungeons& Dragons. Una maestrina nuova di zecca a cui obbedire. Una lenta, lenta escursione su e giù per le strade dell'ottimismo, a cercare invano il vigile che ti ha fatto la contravvenzione.
Una birra tiepida, in definitiva. Dovevi pensarci, alla cassaforte-frigorifero, coglione. Una volta che fai la spesa...

... Each step he takes, the perfumes change
from familiar fragrance to flavours strange...


...che poi il bello by the way rimane scoprire, guardandosi solo un attimo (e non un attimo di più), quanto c'è ancora di frutta vera in questa marmellata che sei diventato. Sembra incredibile ma è tanta, è tanta polpa trasfigurata ma operante. A ogni stato la sua papilla.
E ti rialzi, o ti spalmi. Ed è quasi la stessa cosa.

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Consiglio a tutti i blogger di provare: fa capire tante cose. Penso di essere ancora molto lontano dalle vette del maestro e del suo primo discepolo, ma con l'esercizio e l'abnegazione I will find my way to the blogstar's sky ;-)

Postato da: cronachesorprese a 06/04/2005 23:06 | link | commenti (11) |
chiedici le parole

martedì, 05 aprile 2005
Arrivano i buoni

i buoni e i cattivi

Arrivano i buoni, arrivano, arrivano,
finalmente hanno capito che qualcosa
qui non va. Ah-ah-ah, ah, ah-ah-ah...

Meno male che ci sono i buoni che si accorgono della gente inconsapevole che si illude. Poverina la gente. Poverina la gente che non sa quanto sono buoni, i buoni. Poverina e un po' cattivella. Ma per fortuna ora i buoni, nonostante tutta questa illusione dilagante, sono maggioranza nel paese. Ci penseranno loro. Sistemeranno tutto. Dormiamo sonni tranquilli. Illudiamoc... no, volevo dire: stiamo sereni.

Arrivano i buoni e dicono basta
a tutte le ingiustizie che finora hanno afflitto
l'umanita`. Ah-ah-ah, ah, ah-ah-ah...

I buoni sono il popolo. Sono i partigiani, solo loro, gli altri sono morti di freddo perché sono andati sulle montagne senza maglione di lana. Sono quelli che c'hanno la cultura, nel senso che c'hanno le case editrici, anche quelle dei cattivi, perché gli editori cattivi senza i direttori editoriali buoni non venderebbero. Sono quelli delle cooperative, quelle che danno lavoro. Le altre cooperative, quelle dei cattivi, danno lavoro uguale uguale a quelle dei buoni ma si deve dire che "fanno affari": e lo si deve dire per correttezza naturalmente, vorresti intendere che i buoni non sono obiettivi? I buoni sono i lavoratori, i soli buoni, quelli che l'operaio mensura mundi, non i cattivi delle partite iva. Sono quelli che le regioni buone ora devono essere deprecarizzate, de-ppve-cca-viz-za-tte, è cchiavo?... Cioé disoccupate. Ma questo non ditelo, via. Siate buoni.

Arrivano i buoni, arrivano, arrivano,
finalmente una nuova era comincera`. Ah-ah-ah, ah, ah-ah-ah...

I buoni dicono che l'Italia vuole voltare pagina. I buoni hanno avanzato in campagna elettorale uno degli slogan più arroganti della storia repubblicana, tipo "finisce l'illusione comincia qualcos'altro". Quando si tratta dei buoni, il fine giustifica i mezzi, dovremmo sempre tenerlo a mente, e non fare quelle facce. Ma noi siamo per lo più cattivi e lo dimentichiamo facilmente. E ci illudiamo. Che brutta malattia, l'illusione.

Quanti sbagli, quanti errori, quante guerre e distruzioni,
ma finalmente una nuova era
comincera`. Ah-ah-ah, ah, ah-ah-ah...

Dovete sapere che ci sono riforme costituzionali a colpi di maggioranza che sono buone, e riforme costituzionali a colpi di maggioranza che sono cattive. La costituzione invece, evidentemente, è un po' cattiva, dato che i buoni già l'hanno un po' cambiata e continueranno a cambiarla, quando la bontà sarà di nuovo uniformemente sparsa sul paese come i grani di zucchero sulla colomba. Ma quando vogliono cambiarla i cattivi, la costituzione è di nuovo tutta magicamente buona e non si può toccare. I buoni sono pieni di umorismo.

Senza servi ne` padroni, senza guardie ed assassini,
d'ora in poi tutti uguali, una nuova era
per l'umanita`. Ah-ah-ah, ah, ah-ah-ah...

I buoni li riconosci subito perché sono presidenti, loro. I cattivi sono governatori. I buoni dicono che i presidenti sono quelli "che usano i poteri con equilibrio". Già il fatto di sentire parlare dei cari vecchi presidenti, che siedono paciosi davanti agli altri con l'aria paterna e la palpebra semiabbassata, toglie ogni dubbio ai buoni tifosi dei buoni: inutile che i cattivi si affannino ad andare a controllare, per cinque anni si sta tutti tranquilli. I governatori invece sono delle specie di "uomini forti": e già li vedi, gli orchi nerboruti e con la bava alla bocca. Ma non era da altre parti che si paventavano i mangiatori di bambini? Boh, comunque sia ai buoni non sfiora neanche il sospetto che per qualcuno possa essere il contrario. Anzi sicuramente chi pensa il contrario è cattivo: è una parola così brutta, "governatore". Uno che governa, ma scherziamo? Di governo ce n'è uno solo, nelle regioni si fa un po' così, per ridere. Meglio presiedere, senza mai perdere l'umorismo. Sedere, innanzitutto, poi si vedrà.

Arrivano i buoni ed hanno le idee chiare
ed hanno gia` fatto un elenco di tutti i cattivi
da eliminar. Ah-ah-ah, ah, ah-ah-ah...

Ma voi lo sapevate che Enrico Ruggeri ha qualche simpatia per i cattivi, ohibò, però è una "brava persona"? Lo ha detto Vecchioni, che è uno buono, e quindi c'è da fidarsi. Così Ruggeri qualche data alle feste estive dei buoni riuscirà ancora a rimediarla, forse. Se farà il buono. Per quanto riguarda invece tutti quei presunti buoni autoconvocati in piazza san Pietro in questi giorni, bisognerà stare attenti, bisognerà valutare caso per caso. Eh, questi sono compiti difficili. Ma i buoni non si scoraggeranno. Sapranno distinguere il grano dal loglio, perché sono gli Unti. Questa in realtà non si potrebbe dire perché un cattivo glie l'ha fregata, ma fidatevi che è così: i cattivi lo dicono, ed è irrilevante che lo pensino o no, visto che sono così stupidi da dirlo; i buoni non lo dicono ma lo pensano.

Ma chi l'avrebbe mai detto che erano cosi` tanti i cattivi
da eliminar. Ah-ah-ah, ah, ah-ah-ah...

Ah, un'ultima cosa importante: non so se ci avete mai fatto caso, ma i buoni ogni tanto hanno qualche attimo di ripensamento, sicuramente perché pensano a tante cose belle e buone insieme e ogni tanto scappa anche a loro di dire una cosa buona di più ma di farne una di meno. Per questo, anche quando possono, si guardano bene dal togliere ai cattivi le occasioni per essere cattivi. Come farebbero i buoni, altrimenti, ad essere buoni? Come dite? Facendo cose buone? Dai ragazzi, ci state forse... burlando?

Cosi` adesso i buoni hanno fatto una guerra contro i cattivi,
pero` hanno assicurato
che e` l'ultima guerra...
...
...
che si fara`.
Ah-ah-ah, ah, ah-ah-ah...

[segue strumentale appropriato]

Postato da: cronachesorprese a 05/04/2005 17:55 | link | commenti (8) |
dichiarazioni di voto

lunedì, 04 aprile 2005
Quella cosa in California

Country Joe McDonaldPrima o poi ci voglio andare, in California. La California che mi piacerebbe vedere è quella del mio amico F. che si è stabilito a San Francisco ormai da qualche anno, ma anche quella che era il luogo d'elezione dei raduni hippies degli anni '60 e '70. Vorrei vedere, vorrei capire perché quella corrente di svecchiamento che ha percorso il mondo intero in quegli anni è partita proprio da lì.
Io non è che sia un grande ammiratore del '68 come categoria dello spirito, capiamoci. Prendo atto che i "giovani" prima non esistevano, non avevano diritto di cittadinanza: si passava dall'essere bambini e figli e studenti all'essere adulti e genitori e insegnanti, senza niente in mezzo.
E non andava bene. Ma neanche è andata bene negli anni seguenti, quando si parlava troppo dell'essere giovani, si costruivano -ismi e categorie sopra a una fase della vita che è diventata presto un'astrazione, facendo perdere velocemente di vista il vero motivo per cui questa riflessione era opportunamente iniziata, e cioé la necessità di mettere in discussione forme troppo rigide di organizzazione sociale che impedivano a un giovane di pensarsi come una persona unica e irripetibile, e quindi di rischiare, di spendere la vita per qualcosa che fosse davvero desiderabile.
Quando ascolto la musica di quegli anni, ora che si può ascoltarla oltre i conflitti ideologici e generazionali, sento la genuinità e la potenza dei desideri che l'hanno generata. E ho qualche brivido, e sono contento che non siano brividi di nostalgia, anche perché in quegli anni non facevo altro che nascere e, piccolissimo, muovere goffi passi di danza, mi raccontano, al ritmo della travolgente A chi cantata da Fausto Leali.

Prima o poi andrò in California, ma se capita che ogni tanto una scheggia di California, e della California di quegli anni, capiti da queste parti, sono contento. E così è stato bello vedere il Peace&Love Show al teatro del Ponente di Voltri. Tra un reading e l'altro di Ezio Guaitamacchi (chitarrista onesto e direttore della rivista Jam), che con parole semplici ma appassionate e l'ausilio di qualche diapositiva ha raccontato l'esplosione creativa di quegli anni, e alcune esibizioni di pittura estemporanea e suggestioni psichedeliche, è comparso nientemeno che Country Joe McDonald, regalando quattro canzoni con voce e chitarra di quelle che ti arrivano fin dentro le ossa. In Italia pochi sanno o si ricordano di lui, ma in America è ancora un mito: è l'autore e l'interprete di Vietnam song, canzone che si ritrovò a cantare quasi per caso di fronte all'immensa platea di Woodstock nel 1969. All'epoca era un baffuto, occhialuto e bandanato figlio dei fiori, ora è un californiano attempato e dall'aria un po' dimessa, e i fiori li ha ancora sulla camicia da turista per caso. Ma quando mette la chitarra a tracolla e comincia a cantare trova facilmente la stessa energia di trent'anni fa. Provate a sentirlo, e mi saprete dire: le sue canzoni sono molto di più di semplici inni pacifisti. Anche quelle polemiche, anche l'ultima coniata apposta per un certo son of the Bush che evidentemente non gli sta molto simpatico. C'è qualcosa di più della rabbia e del messaggio politico. C'è quel qualcosa che vorrei andare a scoprire, o a capire meglio, in California. Perché pensare di capirlo classificandolo come documento di un tempo che fu sarebbe, lo sento, presuntuoso.

Postato da: cronachesorprese a 04/04/2005 01:15 | link | commenti (2) |
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