A wind sprang high in the west
like a wave of unreasonable happiness
Un angolo di Genova
Un gatto di legno lituano
Un impiegato
Un solido squilibrio a tre
Un tamburino ligure
Un teleindipendente
Un'alga cinefila
Una cuoca dadaista
Una ribelle senza pellicce
Una stellina
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chiedici le parole
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Ok, trasloco ultimato. Ciao ciao Splinder, è stato bello.
Questo blog non verrà cancellato, almeno per il momento. Ma da oggi mi trovate su
Oh, poiché gli amici giustamente si preoccupano mando un messaggio di servizio. Sto traslocando, datemi ancora qualche giorno. Riempio il vuoto con qualche consiglio per gli acquisti: un fantoccino di Diliberto da portare in manifestazione, un Napolitano che Curri curri da Ratzie guagliò, Taormina che abbandona la difesa e la Franzoni che fa partire la ola in tribunale (seguita dal pubblico ministero), un nuovo capo dei servizi segreti che non è Buttiglione (quanti la capiscono questa lascino un commento, non potranno più mentire sull'età). Ma soprattutto ai cari amici genoani un bel Guidetti modello autunno inverno.
E così hanno inventato il telegiornale completamente automatizzato. A chi dispiace? A me no. Carola Frediani chiede e si chiede se i giornalisti in carne e ossa siano una razza in via di estinzione. Butta la questione in pasto a chi se ne vuole occupare e non si pronuncia, ma penso che la sua risposta sia no.
Se qualcosa è in pericolo, è piuttosto il giornalista inteso come presentatore più che come mediatore di informazione. E questo non mi preoccupa, anzi mi piace. Vuol dire che i giornalisti faranno sempre di più il loro lavoro, cioé quello di cercare le notizie, produrre contenuti, stare addosso alle fonti. Con tutti gli strumenti, vecchi e nuovi, di cui dispongono. Che si usano solo con carne, ossa, faccia e neuroni, non certo con un programma più o meno automatico e ben addestrato.
Sono più di vent'anni che nel mondo del giornalismo ogni tanto salta su qualche apocalittico a dire che tanti bravi professionisti in tutte le redazioni sono mortificati a fare lavoro di desk, o "cucina" dai lanci di agenzia, come si dice. E quando all'inizio degli anni novanta la legge Mammì ha obbligato tutte le televisioni locali, anche le più infime, a fare un certo numero di notiziari al giorno per mantenere il diritto a usare le frequenze, molti non hanno visto di buon occhio che potesse essere considerata pratica giornalistica la lettura di un telegiornale preparato chissà come, insomma che un presentatore televisivo si facesse passare per giornalista. Ancora: l'esplosione della free press ha fatto levare alte le lamentazioni delle associazioni di categoria dei giornalisti, semplicemente perché dando gratis un servizio che fino a ieri si trovava soltanto a pagamento sui quotidiani si mettevano a rischio dei posti di lavoro di giornalisti. Gli stessi, per dirla tutta, mortifcati dallo sporco lavoro di desk. Beh, ma non è una buona occasione per levarli dalla loro mortificazione e metterli a produrre giornali più interessanti, non fotocopia gli uni degli altri, non ricalcati sul menu unico stabilito ogni sera dai titoli dei telegiornali delle otto?
Insomma, se guardiamo la professione del giornalista è, se non in crisi, in corso di ridefinizione e aggiornamento non da oggi. A causa delle nuove tecnologie di comunicazione ma non solo: a causa anche della globalizzazione e del proliferare dei soggetti che a vario titolo fanno informazione.
Internet ha un problema: funziona. I motori di ricerca sono una risorsa per il reperimento di informazioni di qualsiasi tipo di cui nessuno, operatore professionale dell'informazione o utente, può più fare a meno. Gli aggregatori sono una meraviglia. Se un giornale o un prodotto di informazione può essere confezionato più o meno automaticamente, a chi nuoce davvero? Soltanto a chi, da una cinquantina d'anni a questa parte, ha fatto in modo che produzione e presentazione di informazioni fossero sempre meno distinguibili. Non è avvenuto soltanto con la televisione, è avvenuto anche nelle radio, nei quotidiani, perfino nelle agenzie di stampa. Se la free press aumenta, i quotidiani sono costretti a differenziare sempre di più le loro pagine da quelle di un foglio volantinato sul metrò. Se il telegiornale si confeziona da solo con un'interessante evoluzione multimediale degli aggregatori, le televisioni sono costrette a occuparsi di più del loro specifico e a ridimensionare il ruolo della post-produzione che ha preso troppo spazio negli ultimi vent'anni.
Internet e gli strumenti informatici faranno sempre meglio il loro lavoro, ma quello che raccolgono per la rete mondiale in maniera sempre più puntuale ed efficace da qualche parte dovrà essere prodotto. E lì si vedrà la differenza tra la produzione professionale e quella non professionale. Se i media tradizionali perdono l'esclusiva della presentazione è un vantaggio per tutti, ma per i media in primo luogo.
Sarò anch'io al Barcamp di Torino il 2 dicembre.
I partecipanti iscritti fino a questo momento sono 149, gli argomenti proposti sono 32. Non so ancora bene a quali discussioni parteciperò. Eviterò quelle molto tecniche ma per forza di cose dovrò scegliere anche tra le rimanenti, che sono troppe per le mie orecchie e i miei neuroni.
Non vorrei perdere l'occasione di mettere sotto torchio Tambu e altri espertoni su Google analytics. E certo almeno origlierò la presentazione di Fainotizia di Radio Radicale. Lo so che è un po' disdicevole per un Barcamp, ma probabilmente per questa volta sarò più spectator che participant.
Il mio interesse, oltre che su alcuni degli argomenti proposti, è proprio sulla dinamica dello scambio di esperienze nel Barcamp. Che forse in linea di principio non avrebbe bisogno del web per esistere (e forse pensandoci si possono trovare qua e là degli antecedenti), ma a prima vista sembra tanto dipendere dal modo caratteristico del web di strutturare e diffondere l'informazione e le informazioni. Questo voglio vedere e capire innanzitutto. Anche i lurker hanno il loro perché.
Avevo in programma di scrivere un post di bilancio sulla conclusione della fase di iscrizione a Decidi, che
era fissata per il 3 novembre. Bene, pochi giorni prima della scadenza il termine per l'iscrizione è stato prorogato di un mese. C'è tempo dunque ancora fino al 3 dicembre. Una buona notizia, non soltanto perché la pubblicità era stata poca ed è ragionevole pensare che non sia ancora arrivata all'orecchio di molti potenziali interessati, ma anche perché la proroga è stata decisa dopo le molte richieste giunte al forum, in cui sta imperversando un dibattito su questioni di metodo, come è normale e in certa misura giusto in una fase di avvio.
Qualcuno ha protestato perché il forum per le discussioni ha le istruzioni in inglese. Un'obiezione interessante, perché chi è abituato a navigare e a usare strumenti di community in rete non ha questo tipo di difficoltà: se emerge, significa che la base delle iscrizioni on line ha già sfondato, in qualche modo, verso fasce di utenza che non hanno dimestichezza con i forum.
Intanto, lunedì scorso, il progetto è stato presentato in Università, agli studenti di Scienze Politiche. E continua il lavoro delle associazioni affiliate al progetto, che stanno chiedendo ai loro iscritti di partecipare, oltre a mettere a disposizione le loro sedi per gli infopoint e i votapoint necessari per garantire anche a chi non ha il computer la possibilità di aderire alla sperimentazione. La Provincia ha inoltre esteso la possibilità di iscrizione (e dunque di votazione) anche agli stranieri residenti.
Non ho più parlato molto dei miei referrer. Non sono entusiasmanti come quelli di Hardla, e quindi su questa cosa ho il complesso di inferiorità, anche se gli accessi dall'inizio dell'autunno sono aumentati molto (a ottobre ho fatto il record di visitatori unici) e qualcosa di carino negli ultimi mesi è capitato. Niente di sconvolgente.
Questo però lo devo riportare. Oggi qualcuno da un server della Camera dei Deputati ha cercato su Google "dimmi qualcosa di sinistra". Pensavo che non avessero bisogno di suggerimenti... ;-)
Esiste la giustizia in Iraq? È possibile amministrare la giustizia a Baghdad? Penso ai giudici che stanno decidendo della sorte dell'ex dittatore e considero che, processandolo, stanno rischiando la loro stessa vita. Sono particolarmente coraggiosi? Che lo siano o meno, non hanno scelta: o celebrano il processo, o celebrano il funerale del loro neonato e malnato stato di diritto.
Non hanno scelta neanche a pronunciare la condanna a morte. Io, come la maggioranza degli italiani, sono assolutamente contrario alla pena capitale. E mi sento tanto, tanto buono a dirlo e a pensarlo. Ma quanta vigliacchieria può nascondere, a volte, una dichiarazione di principio. E quanto poco realismo. Se l'attuale sistema giudiziario iracheno prevede la pena capitale, non applicarla nel caso di Saddam sarebbe una contraddizione clamorosa che minerebbe alla base la possibilità stessa di celebrare processi equi e credibili nell'immediato futuro. Oppure (voglio sognare un momento) potrebbe essere un'occasione per abolirla del tutto: se la sentenza di appello non confermasse la condanna a morte di un uomo che per decenni ha avuto diritto di vita e di morte su tutto il popolo iracheno, un attimo dopo il governo dovrebbe abolire la pena di morte. Ma ha senso in un paese in cui ogni giorno ci sono decine, a volte centinaia di morti nei mercati, nelle sedi di polizia, nelle case e nelle strade? Un'iniziativa così clamorosa a chi parlerebbe? Soltanto all'occidente. In Iraq e nel mondo arabo non sarebbe compresa.
Poiché ci sono molte prese di posizione ufficiali di europei contro la condanna a morte di Saddam, giustificate da una posizione di principio che in astratto è del tutto condivisibile, vediamo in concreto cosa significa che uno stato occidentale ed europeo come l'Italia chieda, attraverso il suo governo, di non giustiziare l'ex dittatore. La guerra in Iraq è stata inopportuna, ingiusta, disastrosa. Questo lo so con certezza. Ma cosa fatta capo ha. Se da questa catastrofe può nascere qualcosa di buono, non lo so; se la democrazia nascente in Iraq sia davvero democrazia o sia talmente sotto scacco a ogni istante da essere al più un buon proposito abortito, non lo so. Se da occidentale provo a considerare da cosa si può ricominciare, dico: una collaborazione stretta e un aiuto militare e civile costante all'attuale governo iracheno, per non lasciarlo in balia dei fondamentalisti e delle faide incessanti tra sciiti e sunniti e ricostruire; una garanzia attraverso l'Onu di non usare il presidio in Iraq come testa di ponte per sciacallaggi dal sapore neocolonialista, in particolare sulle risorse petrolifere di prim'ordine; un programma di sviluppo serio e inevitabilmente oneroso che riguardi infrastrutture, sostegno all'imprenditoria, connessione stabile e organica con i mercati occidentali.
Sostenere l'opportunità della sospensione della pena di morte per Saddam, oggi, per un governo significa impegnarsi davvero in questo senso. Non si può dire: fate come noi, che abbiamo abolito da tempo la pena di morte e stiamo tanto bene. Una richiesta del genere non può coesistere con un retropensiero che ritenga fatale e inevitabile che il popolo iracheno stia ancora indefinitamente nella sua tragica routine. Perché allora milioni di iracheni potrebbero rispondere: venite a vivere a Baghdad per un mese, poi ne riparliamo della pena di morte. Non dico che non si deve chiedere almeno una moratoria per l'ex dittatore: anzi, si deve chiedere. Ma le ragioni umanitarie, da sole, non bastano. Non sono neanche ragioni.
Leggendo una volta questo brano, quando eravamo all'università, il mio amico Luca T. osservava che il totalitarismo ha sempre bisogno di un ripetitore. Se nessuno si prestasse a fare da eco non potrebbe affermarsi e conservarsi, perché non ha una sua evidenza sulla quale fare leva. Il ripetere del potere totalitario non è funzionale al fare memoria di qualcosa di essenziale, come una preghiera: è invece un rumore di fondo, che ostacola la memoria e la consapevolezza (Pinocchio dimentica il suo fermo e corretto proposito iniziale). Per questo è radicalmente antireligioso.
- Dunque, - disse la Volpe, - vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te!
- Tanto peggio per te! - ripetè il Gatto.
- Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna.
- Alla fortuna! - ripetè il Gatto.
- I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati duemila.
- Duemila! - ripetè il Gatto.
[...]
- Oh che bella cosa! - gridò Pinocchio, ballando dall'allegrezza. - Appena che questi zecchini gli avrò raccolti, ne prenderò per me duemila e gli altri cinquecento di più li darò in regalo a voi altri due.
- Un regalo a noi? - gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. - Dio te ne liberi!
- Te ne liberi! - ripetè il Gatto.
- Noi, - riprese la Volpe, - non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri.
- Gli altri! - ripetè il Gatto.
Gli standard jazz sono sempre nuovi. Non evergreen, che è un concetto contaminato di sterile nostalgia. Sono sempre nuovi e sempre loro, e sono dentro ognuno di noi, anche se non tutti saprebbero associarli a un titolo, a un
periodo, a un compositore o a un esecutore. Sono temi, o semplici riff e moduli che fanno vibrare qualcosa di essenziale, per chi ha vissuto un po' di novecento. Stupisce, e di uno stupore buono ed edificante, sentirli enunciare con limpida autorevolezza da un ragazzino siciliano, Francesco Cafiso, faccia buona da periferia, che del Novecento ha visto appena uno scorcio, e da bambino. Classe 1989, gira il mondo da solista già da quasi tre anni, entusiasmando jazzisti, critici e appassionati di ogni latitudine.
Stupisce non tanto la confidenza tecnica con lo strumento (un sax alto suonato con grande gusto e disinvoltura, fatto soffiare e barrire come solo un grande sa fare), quanto la smaliziata reinterpretazione dei brani, l'audacia degli arrangiamenti pur nei canoni di una classicità senza travisamenti sperimentali. Ci metto tre strofe a individuare (credo...) My one and only love, e mi rimane l'ultima per gustare la sapienza del fraseggio che gira intorno al tema, con l'aria scanzonata di un figliolo un po' birbone che rispetta il nonno ma intanto scherza con lui e si diverte.
I tre del suo quartetto, con il molto opportuno inserimento di Fabrizio Bosso alla tromba (altro ex enfant prodige), sono tutt'altro che comprimari. Riccardo Arrighini è un pianista delizioso e vulcanico, Stefano Bagnoli un batterista raffinatissimo, sempre discreto e con un repertorio di effetti e variazioni infinito: sembra quasi che cambi soluzione ritmica ad ogni battuta. Aldo Zunino è una vecchia volpe del contrabbasso. Tutti insieme fanno festa, alla fine, con un interminabile Mack the Knife, mentre nell'unico ma preziosissimo bis Cafiso e Bosso prendono tutti in contropiede e fanno arrivare le note inconfondibili di Caravan dal fondo del teatro, che all'inizio proprio non si capisce dove sono. Una donna davanti a me, quando realizza, si gira e sghignazzando soddisfatta grida: "Maledetti!", mentre la carovana un po' alla Bregovic del duo si snoda tra le poltrone stupefatte.
La musica, quando scaturisce con questa naturalezza, è il fenomeno più vicino alla grazia e al miracolo. Mi viene in mente il pianista chiamato Novecento dell'omonimo libretto di Baricco. Guardando i tanti coetanei di Cafiso in sala, penso e per un attimo oso sperare che potrebbe essere un miracolo così a salvarci dal divismo narciso e stupido di certi modelli televisivi, o dal nuovismo disincarnato senza memoria. Non sarà ancora la salvezza definitiva, ma potrebbe aiutare.
Una storia minima nella grande cornice dell'11 settembre. Minima, ma vera, dall'inizio alla fine. Non romanzata né drammatizzata. Anzi è lecito supporre che alla ricostruzione del calvario dei due poliziotti, rimasti intrappolati dal crollo della Torre 1 mentre si organizzavano per soccorrere i feriti, manchi ancora molto del dramma reale.
L'Oliver Stone che non ti aspetti: che evita per una volta i grandi affreschi e va al cuore di poche storie singole. C'è da immaginare che l'autore di JFK sia rimasto interdetto di fronte all'eventualità di un affresco dell'attacco alle Twin Towers, e si sia messo subito a cercare qualche punto fermo. Pur da questa scelta di fondo trova il modo di far vedere qualcosa, più che di dire. La disorganizzazione e la tragica inadeguatezza dei primi soccorsi, ad esempio. O il fumo e le polveri che saranno poi oggetto di tante polemiche perché molti non capirono, e qualcuno forse non volle dire, che potevano essere letali quanto i crolli.
Ma soprattutto la storia minima dei due soccorritori, salvati quando stavano per perdere le forze e la speranza, giunge a una via d'uscita, in molti sensi. Anche qui parlano i fatti, i numeri snocciolati alla fine del film e la sequenza degli eventi. L'11 settembre del 2001 sono morte nell'attacco alle twin towers 2749 persone. Soltanto 20 sono state estratte vive dalle macerie, a prezzo di fatiche inenarrabili e di altri morti. Il film mostra la determinazione dei soccorritori nel voler salvare, insieme alle vite umane in gioco, un valore che era direttamente oggetto dell'attacco terroristico. Ammazzarsi di fatica, mettere a repentaglio la vita stessa, ma se non fosse stato fatto avrebbero avuto ragione i kamikaze, quelli che negano la loro stessa vita pur di affermare che le vite di migliaia di persone non valgono nulla. Peccato che a questa grande pagina di civiltà abbiano fatto seguito le guerre in Afghanistan e in Iraq, che quel principio hanno di nuovo messo in discussione. Ma questo non si potrà imputare alla squadra della polizia portuale di New York.
Gli ingredienti per un film di Tornatore
- gli occhi di un bambino
- il sesso come iniziazione alla vita, in positivo o in negativo non importa
- un cattivo vero, senza nessuna sfumatura di umana pietà o debolezza
- il tema dell'esilio e del "nostos", l'ulissesco ritorno a un dove, o a un chi, o a un quando (tornatore, nomen omen)
- il drammone a un certo punto, all'inizio, o alla fine, o in mezzo, o un po' ovunque
- la memoria e il ricordo, i beni più preziosi da conquistare soffrendo, crescendo, imparando, viaggiando... e anche di più (vedi Una pura formalità)
Non è una stroncatura, tutt'altro. Quando torno a Tornatore mi rendo conto di vedere sempre lo stesso tema calato in storie diverse. Ma sono storie interessanti. Tornatore sa raccontare, sa emozionare. E questa volta racconta una realtà difficile, scomoda. Attraverso una storia improbabile, come sempre sono le sue storie, ma esemplare.
Andate a vederlo. Non portate bambini, c'è troppa violenza. E non portate neanche mogli o amiche in gravidanza: non è un film per loro, e non vi dico perché.
Ieri sono stato alla presentazione del progetto Decidi della Provincia di Genova. Spiego l'idea in due parole, poi ritornerò sui singoli aspetti. La giunta provinciale sottopone al voto diretto dei cittadini che si iscrivono, nei tempi e nei modi stabiliti dal progetto, alcuni capitoli di spesa del bilancio per stabilire il come, più che il cosa. Ad esempio. Si stanziano i fondi per costruire degli asili. Ma in quali zone del territorio provinciale è più urgente e conveniente costruirli? Si dà una rosa di possibilità e si chiede al cittadino di esprimersi.
Attenzione: il parere è vincolante. Non importa se il risultato della consultazione incontra il favore degli assessori, la giunta non potrà eluderlo.
È un esperimento interessante di e-democracy, che sarà tentato non soltanto a Genova ma anche in altre sette province.
In quanto sperimentazione presenta molte incognite. L'entusiasmo di Mario Adinolfi, il blogger che ha partecipato ieri sera alla tavola rotonda di presentazione, è in parte giustificato per la sua storia personale, ma è anche un tantino eccessivo. Io per il momento vedo in queste iniziative soltanto un valore educativo alla partecipazione. Ma il percorso individuato (per la scelta e la presentazione dei casi da sottoporre alla consultazione, il dibattito nei forum, la votazione) potrebbe anche funzionare, rivelarsi davvero utile. Queste iniziative, peraltro, sono una novità in Italia ma non in altri paesi europei.
Io credo nel valore dell'informazione. La corretta informazione è premessa indispensabile per la partecipazione. Il mio dubbio principale è questo: il cittadino partecipante sarà sicuramente stimolato a informarsi meglio di quanto non sia abituato a fare. Ma la scelta originaria può essere condizionata da una discriminante ideologica. I partecipanti dovranno vagliare criticamente, in primo luogo, le scelte e le alternative proposte.
Quindi insomma, ho pensato di iscrivermi. Parteciperò alle fasi di discussione e consultazione, e racconterà su questo blog pregi e difetti, potenzialità e limiti di una iniziativa che, in ogni caso, valuto non demagogica, positiva e coraggiosa.
"A casa già ci sono, e sto benissimo". Questa la replica di Prodi alla sparata comiziale di Berlusconi. Ma il giorno prima sempre Prodi aveva detto: "Una finanziaria seria deve scontentare tutti". E allora perché lui è contento? Non ci siamo. Allora, se a casa sta bene, mandiamolo a Putin.
A proposito di blog influenti. Massimo Mantellini fa il punto, con la consueta chiarezza, sul peso dei blog nell'informazione. Porta l'esempio della "scoperta" da parte di Wittgenstein, il blog di Luca Sofri, del collegato alla finanziaria che implicava una variazione alla legge sul diritto d'autore che, per il momento, sembra scongiurata proprio a seguito della discussione innescata su Wittgenstein. Ripresa da centinaia di altri blog, ma non solo: rimbalzata abbastanza velocemente sui giornali e su altri media. Soltanto cinque anni fa, osserva Mantellini, la petizione promossa in rete contro un provvedimento sulla stessa materia (e di miopia e pericolosità simili) non ha fatto molta strada. Non c'era l'attenzione che c'è attualmente sui blog e sulla rete in generale: oggi i giornalisti, ma anche i politici, si adeguano e guardano con più considerazione una realtà di cui hanno sempre diffidato. Sarebbe dunque incominciato un processo di accreditamento che in breve potrebbe portare a cambiamenti significativi nel modo di fare e di porgere informazione.
Si potrebbe obiettare che Luca Sofri è un giornalista nato e residente su altri media prima che su internet, ed è quindi più facile per i contenuti veicolati da lui "passare" alla carta o all'etere. Ma che Wittgenstein sia un blog influente nessuno lo metteva in dubbio, e a maggior ragione dopo questo episodio.
Il pericolo, prosegue Mantellini, è "applicare alla rete le gerarchie comunicative alle quali siamo stati fino ad oggi abituati". E porta l'esempio di Bruno Vespa che a un convegno pretendeva di sapere da un blogger quali fossero i cinque blog più importanti. La stessa domanda alla quale immaginavo di non poter rispondere, qualche giorno fa. Sì, è un pericolo, ma è un pericolo relativo. La storia della comunicazione su internet, finora, dimostra ampiamente che gli schemi televisivi applicati al web non funzionano. Tutti i portali generalisti spuntati come funghi intorno al 2000, che si immaginavano di diventare "da grandi" gli ammiragli del web italiano, sono miseramente naufragati o si sono rassegnati ad essere costole della televisione da cui sono nati, come jumpy.it. Non funzionano sulla rete gli schemi della comunicazione monodirezionale, forgiati su un'interattività inesistente o embrionale. Ci sarà sempre, o meglio per molto tempo ancora, il Vespa di turno che cercherà di applicare questo schema, ma è praticamente un riflesso condizionato che non incide sulla realtà, perché è completamente superato dai fatti.
Volendo proseguire il ragionamento di Mantellini, direi che non sono Wittgenstein o altri a essere influenti di per sé, ma è la rete di blogger che si è creata con loro ad esserlo. Un blog da solo non fa nulla. Se i contenuti di alcuni blog passano più facilmente rispetto a cinque anni fa su altri media, è perché le connessioni tra i blog sono diventati salde e meno labili. Un blog, al di là di tutte le definizioni che lasciano il tempo che trovano, è un nodo vivo e personale. Se migliaia di persone tengono in piedi i loro blog per due, tre, quattro anni di seguito, interagendo tra di loro, diventa sempre più difficile far finta che non esistano, o pensare che il tempo e le energie personali investite non siano paragonabili, complessivamente, a quelle necessarie per informare attraverso un giornale o una radio. O che almeno non siano un pezzo di realtà interessante e qualificato da interpellare, per cercare le notizie. In fondo i giornalisti, quando cercano le notizie, non cercano solo archivi di dati ma cercano anche delle persone: cercano le loro opinioni o la loro capacità di essere testimoni. Su internet, e soprattutto sui blog, trovano tutto: dati, persone, opinioni, testimonianze.
Intervista a Francesco Mondadori, figlio di Leonardo Mondadori, su Anna numero 42:
Poco prima di morire tuo padre, laico da sempre, ha avuto un profondo ripensamento religioso. Ha anche scritto un libro, "Conversione", con Vittorio Messori. Come hai vissuto quel periodo?
Ero un ragazzino, non ne capivo un granché. Mi diceva: "sono stanco di questo mondo del jet set". E io gli rispondevo, preoccupato: "Vuol dire che non andiamo più a new York"?
Conferenza stampa, assessore in ritardo. Mi avvicino a un crocchio di giornalisti in attesa e colgo l'ultimo lembo di una conversazione. I corsivi che seguono sono ciò che penso mentre guardo e ascolto, con la faccia più neutra e paciosa possibile, in perfetto Tettamanzi's new line style.
"E insomma, che cristiani e musulmani si scannino tra di loro, così noi laici forse potremo finalmente stare in pace!"
Mi compiaccio. Chi ti ha dato una penna in mano a te, Kappler o Göring?
"Ah, beh, noi laici - ribatte la collega, con una mano occupata da una telecamerina montata su un treppiede - qui in Italia siamo proprio messi male."
Essì, si vede.
"Io sono credente, intendiamoci..."
...ma stavi giusto per convertirti al narcisismo, come dice Woody Allen nell'ultimo film?
"...però per me lo Stato... dev'essere laico!"
Perché mi guardi ammiccante? Io non mi schiodo dalla faccia zen, non ti illudere.
"Non si deve esprimere su fecondazione assistita e cose simili... Insomma, lo Stato non deve aderire a un credo morale!"
Quindi neanche a questa cazzata, mi auguro.
"E insomma, dovrebbe essere così per tutti!"
No, è inutile che continui a guardare dalla mia parte, non annuisco, non sorrido e non ho intenzione di farlo neanche nei prossimi dieci secondi. Dieci secondi, a seconda delle circostanze, possono essere un'eternità. Ti conviene rivolgerti a qualcun altro.
"E invece c'è una soggezione verso la Chiesa che... in questi giorni tutti i giornali e i telegiornali a parlare e a scrivere del convegno di Verona, come se dovesse per forza essere importante anche per la politica italiana!"
Ma non pretenderai neanche che distolga lo sguardo. Non ti dò nessun appoggio, ma non scappo. Lo senti il peso delle parole? Lo senti che non vogliono essere riprodotte a caso, soltanto perché le senti ripetere in giro, ma chiedono una responsabilità personale? Pensaci.
"Son tutti lì, capisci, Prodi, Berlusconi... tutti a pendere dalle labbra del Papa. E allora mi chiedo: siamo in un paese libero, o a sovranità limitata?"
Chiediti piuttosto perché qui non ti si fila neanche di striscio.
"La Chiesa in Italia... ha un potere e un'influenza enormi!"
E meno male. Viste le alternative brillanti...
"E insomma non so, voglio dire... Oh, è arrivato! Assessooreee!"
E la telecamera s'inclina lungo il corridoio dorato, e va a fare il suo laicissimo dovere, con la sua inutile protesi redazionale ben ancorata al treppiede.
Così mi è arrivata, verso l'ora di pranzo, la prima eco stonata del discorso di Ratzie a Verona. Un grande discorso, as usual. Magari se ne riparla fuori dai microfoni.
Pur rimanendo della mia idea riguardo alla pubblicità dai link nel testo, prendo atto che non tutti combinano i disastri di edintorni.
Un servizio che dimostra maggiore esperienza e maggiore rispetto della specificità del web è Intellitxt di Vibrantmedia, che non a caso è scelto da un sito di qualità come Zeusnews.
Anche Intellitxt, che aderisce all'IAB (Interactive advertising bureau), usa la doppia sottolineatura, e l'alt text dedicato allo sponsor. Ma intanto usa un colore verde, quindi non interferisce con gli standard W3C, o meglio non sempre: se al messaggio pubblicitario si sovrappone un link inserito dal redattore, vince il blu standard dei collegamenti ipertestuali. E questo sembrerebbe un problema da risolvere, almeno dal mio punto di vista. Altro elemento positivo è che si evita la ridondanza del messaggio nella barra destra.
Ma soprattutto la scelta di collegare determinate parole o frasi a un approfondimento pubblicitario appare sempre abbastanza pertinente all'argomento trattato nel testo. Forse, più che la tecnologia, aiuta il fatto che la pubblicità veicolata da Zeusnews è già in partenza abbastanza specialistica. Mi riservo quindi ulteriori considerazioni, anche di segno opposto, qualora dovessi verificare un comportamento diverso della stessa tecnologia su un altro sito.
Insomma, l'interferenza con il contenuto è quasi limitata a un piccolo fastidio. Intellitxt proclama però il totale automatismo del servizio e non dà dunque possibilità di correggere manualmente ai sottoscrittori eventuali forzature dell'associazione keyword - advertising, e questo può essere un limite.
Quando ho qualificato con un certo aggettivo l'aggressione alla Moratti e a suo padre in occasione del oorteo del 25 aprile ho ricevuto delle critiche. Non nei commenti, ma a voce, e anche indiretti: le cose che si dicono o si scrivono alludendo, con ironia malcelata, a qualcosa, come se l'enormità l'avessi detta o fatta io.
Beh, ma allora questo episodio come lo vogliamo qualificare? Trovino i miei critici l'aggettivo adatto. Per me, se ha ancora senso usare quella parola, va usata proprio in occasioni come questa.
Chiamato in causa da Tambu in modo del tutto inopinato ma, devo dire, gratificante, dico la mia sulla
questione "influente - popolare". Un blog può essere popolare ma non influente, dice Tambu: altro è poter vantare petabyte di banda occupata dagli accessi contemporanei, altro è occupare altrettanta banda neuronale (e perché no, passionale) dei navigatori.
Credo che Tambu abbia ragione e che sia un errore tentare di assimilare la rilevanza, problema tipico di un motore di ricerca che deve presentare contenuti il più vicino possibile alla richiesta dell'utente, con la capacità attrattiva, problema tipico di un servizio web, sia un sito, un blog o altro. Sono due grandezze affatto diverse, e mi sembra una forzatura usare il criterio guida che definisce la metrica di una come valido anche per l'altra. Il ragionamento di Google è: se un sito ha tanti link in entrata vuol dire che è tenuto molto in considerazione dai navigatori, vuol dire che è autorevole o che in qualche modo risponde a un loro bisogno meglio di altri. La link popularity secondo Google non è altro che questo: è un dato di fatto indiscutibile, che nulla dice sulla rappresentatività della risorsa web in senso lato. Le classifiche di Technorati e di altri, invece, tendono a conferire un valore sociologico ai risultati della loro attività di ranking, ma il criterio ispiratore è lo stesso che usa google, magari con qualche aggiustamento. Ma allora non ha senso parlare di influenza. Perché se ne parla? Perché, presentando i blog prevalentemente opinioni e weltanschauung, si ritiene doveroso indicare i nodi più frequentati al navigatore medio, che si presuppone disorientato dalla coralità poco sinfonica della blogosfera, dal pullulare di proposte e punti di vista di una varietà quasi allucinogena.
Ma è davvero utile? Davvero è l'approccio più interessante a questo universo? Non lo so. Ci devo pensare, ma a naso risponderei di no. Non so se rientro nella media, ma non penso alla blogosfera come a un insieme di antenne tra le quali dovrei individuare la raiuno o la canalecinque della situazione. Certo, ci sono dei blog che leggo più volentieri e che considero molto autorevoli. Ma ci sono arrivato un po' per caso un po' seguendo amicizie e suggestioni del tutto personali, e se mi chiedessero quali sono i cinque o sei blog che ritengo più autorevoli degli altri, so che non potrei formulare una risposta soddisfacente. La blogosfera è un prisma, un aleph, e mi interessa per questo, per la possibilità di creare miriadi di combinazioni e percorsi diversi, come nella vita reale. Sono abbastanza convinto che, come nella vita reale, la popolarità e l'influenza di un blogger, in senso sociologico e non tecnico, sia in gran parte casuale. O abbia almeno quell'affascinante apparenza di caso che non vorrei mai mettere tra parentesi, come non vorrei farlo per un incontro pieno di significato.
A quelli che fanno i servizi delle partite a Controcampo ultimo minuto, che leggono il commento usando i cambi di intonazione come se fossero in diretta: quanto volete per smettere? È una cosa davvero fastidiosa, come il gesso sulla lavagna.